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Moazzam Begg: The Best of Times
Prima ho letto il classico di Dickens, Bleak House, in confino solitario, a Camp Echo. La parte concentrica di questa storia è basata sull’immaginario – comunque esattamente rappresentato – e senza fine caso di Jarndyce vs Jarndyce che infine consuma e distrugge le vite dei personaggi principali, come le decisioni della Corte Suprema relative ai detenuti di Guantanamo. Ma è stata la prima frase di un altro classico di Dickens, A Tale of Two Cities, che dice “sono stati i tempi migliori, sono stati i tempi peggiori”, che mi ha riportato indietro. Perché è precisamente come io avrei descritto i nobili mesi di Ramadhan passati sotto la custodia USA.
E’ stato la notte prima di Eid ul-Adha (festa del sacrificio) quando sono passato dalla custodia Pakistana alla custodia USA in Kandahar. Dopo la brutale iniziazione dell’essere trattato come un animale e chiuso in una gabbia di filo spinato, non potevo credere alle mie orecchie quando un visitatore della Croce Rossa vagando tra le celle, con una scorta armata, distribuendo ai detenuti piccoli pezzi di carne e pane freddo, pronunciò le parole “Eid Mubarak”.
Questo è stato il primo Eid che la mia famiglia ha passato senza di me. Altri 5 (entrambi gli Eid, di al-Adha e di al-Fitr) dovevano passare prima di rivederli di nuovo. Per molta gente in Guantanamo, si stanno avvicinando 16 di queste giorni benedetti su un periodo di 8 anni, passati in prigione. E ancora, essi pregano per la liberazione.
Comunque, il peggior Ramadhan che ho mai passato nella mia vita non è stato in Guantanamo, è stato in Bagram – l’unità di detenzione USA in Afghanistan. Questo è stato un posto dove tortura, umiliazione e degradazione dei detenuti erano la regola. Non eravamo autorizzati a parlare, non eravamo autorizzati a camminare o fare esercizio senza permesso. Non avevamo accesso alla luce naturale – o al buio. Dovevamo indovinare gli orari della preghiera e non eravamo autorizzati a pregare in jama’ah (in compagnia), chiamare l’athaan o recitare il Quran a voce alta. Ho dovuto fare tayyamum (abluzioni asciutte) per un anno e ho dimenticato come fare wudhu (le abluzioni) correttamente al tempo in cui sono arrivato a Guantanamo, perchè l'acqua poteva essere usata solo per bere e non per le abluzioni. Chiunque avesse infranto queste regole veniva trascinato davanti alla sua cella senza troppe cerimonie, i suoi polsi ammanettati al soffitto della gabbia e un cappuccio nero piazzatto sulla testa. E’ successo a tutti noi, qualche volta per ore, e anche giorni, senza fine.
Quando è arrivato il Ramadhan ne avevo già paura. Penso tutti ne avevamo paura. Non c’erano cibi caldi o bevande per noi in Bagram. Le verdure fresche erano un lusso che non ci potevamo permettere. La frutta fresca era una rarità. Non c’era nessuno di quei cibi che tutti prepariamo con amore e consumiano con dolcezza in questo mese di astensione nelle nostre case. Non c’erano spuntini tra i pasti o tenere da parte cibo per consumarlo in seguito: tutto doveva essere rimandato indietro entro 15 minuti – mangiato o no. I pasti erano piccoli sacchetti preconfezionati, del tipo usato per i camper, e, qualche volta, un pezzo di pane afghano ammuffito, buttato dentro per buon peso.
Non c’erano preghiere di Taraweeh e di Eid. Infatti, la Jumu’ah (preghiera di gruppo del venerdì) non è stata praticata da nessuno dei prigionieri di Guantanamo per buona parte di un decennio. I detenuti di Bagram e Guantanamo accorciarono la preghiera non solo come misericordia di Allah, ma come un rifiuto di accettare qualsiasi permanenza di incarcerazione, anche se era – e continua ad essere – una minacciosa realtà in un modo o in un altro. E’ stato un ardito rifiuto dell’imprigionamento senza accuse o processo – un fatto trascurabile e del tutto irrilevante per i nostri carcerieri.
Come per punirci per l’arrivo del Ramadhan ci venivano serviti solo due pasti: il suhoor (prima dell’alba) e iftaar (al tramonto), l’ultimo ci veniva dato spesso parecchie ore dopo il tramonto. Nel giorno di Eid ul-Fitr non abbiamo festeggiato e non ci siamo scambiati auguri come la maggior parte del mondo musulmano. Invece ci tennero a digiuno dall’alba a circa mezzanotte quando finalmente ci dettero un sacchetto di cibo. Una delle guardie, una giovane donna con cui ero solito conversare di islam, di storia e di letteratura, era raccapricciata da questo e mi diede parte del suo stesso cibo, correndo rischi in prima persona. E’ stato un gesto che non dimenticherò mai, ma lei era una rarità.
Quello è stato il peggiore dei tempi. Ma non era finita. Ho passato il Ramadhan seguente da solo, in confino solitario. In realtà, temevo l’arrivo del Ramadhan di nuovo. Sapevo che la prospettiva era lugubre. Dovevo immaginare come la mia famiglia stava passando questo mese e la festa che ne sarebbe seguita. E’ un mese di benedizione, di preghiere aggiuntive, di condivisione, di invitare altri al desco; un mese di festa con la famiglia e gli amici che, per me e molti altri, erano entrambi solo una memoria distante. Ho pensato a tutte le regole Islamiche circa il digiuno e come tutto sembrasse irreale in quel posto. Infatti avrei potuto non digiunare, perché avevo accorciato la mia preghiera – per il mio status di viaggiatore, sebbene obbligato. Ma penso che il digiuno fu una profonda differenza tra noi e loro, e anche un atto di sfida. Dopo tutto, Ramadhan è il mese del Quran e il mese di Badr – la più decisiva battaglia nella storia dell’Islam.
L’idea di astenersi completamente dal cibo così come dal bere dall’alba al crepuscolo era così aliena per la maggior parte dei mangiatori di burger, masticatori di patatine e bevitori di birra Yankies come la giustizia Americana era aliena per noi. Anche i soldati Cristiani praticanti, che spesso leggevano la Bibbia di fronte a me, non potevano comprendere che il digiuno dei Musulmani era come il digiuno dei Profeti, non come il digiuno di Quaresima durante il quale alcuni devoti scelgono di astenersi dall’avere i funghi sulla loro pizza come personale sacrificio per il Misericordioso. Ricordo che una guardia diceva di digiunare ogni giorno, solo i suoi orari erano diversi: rompeva il digiuno con la colazione ogni mattino.
Dopo aver passato questo Ramadhan in isolamento, senza contatti con altri musulmani per quasi 2 anni, bramavo e pregavo e mi dibattevo perché il successivo potesse passare in compagnia di Musulmani, anche solo uno. La mia preghiera è stata infine esaudita. Quindi, il mio ultimo Ramadhan e Eid li ho passati in compagnia del terrorista più pericoloso del mondo (secondo Bush) e il miglior esempio al mondo di pazienza e forza d’animo (secondo me).
Alcune guardie ridicolizzavano l’athaan quando la voce del muezzin echeggiava su Guantanamo – in particolare al tramonto, quando si scontrava con le trasmissioni delle antenne USA.
Quello che segue fu un promemoria quotidiano sulle nostre (soldati e prigionieri) ragioni di vita: quelli di un gruppo – quelli vestiti in khaki – fermi sui propri passi, rivolti in direzione della loro bandiera, la mano destra alzata a salutare l’oggetto della loro devozione: la bandiera Americana. Quelli dell'altro gruppo – quelli vestiti in arancio – anch’essi fermi sui propri passi, rivolti ad est con entrambe le mani alzate per salutare l’oggetto della loro devozione: il Dio signore dei mondi.
Durante il giorno, nonostante l’intenso caldo tropicale dei Caraibi, recitavamo e memorizzavamo il Quran, discutevamo su ogni soggetto dall’arte medievale Africana alla teoria dell’espansione dell’universo di Hubble; dalle leggi islamiche sui prigionieri agli ultimi metodi occidentali per catturarli. Facevamo esercizio con vigore, molti di noi superando le capacità fisiche dei soldati che ci facevano la guardia. Alcuni di noi controllavano la nostra collera e la nostra antipatia nei confronti delle guardie durante questo mese e offrivano sorrisi e parole gentili, mentre ci si sarebbe aspettato l’opposto. Anche questo è stato un atto di sfida.
La più grande sfida è stata augurarsi l’un l’altro “hanee-an mare-an” (buon appetito) a iftaar. E l’alzarsi spontaneo dell’anasheed (canzoni islamiche) in Arabo, Urdu, Pashto, Farsi, Uighur, Turco e sì, anche in Inglese; e la recitazione di poesie e prose in versi che non avrebbero potuto essere composte da nessuna parte sulla terra se non a Guantanamo – la prigione dei nemici dove i prigionieri Musulmani hanno fatto la chiamata alla preghiera per la prima volta; era la frase as-salaamu ‘alaikum wa rahmat Ullahi wa barakaatuh ya Abdallah (possa la pace, la misericordia e la benedizione di dio essere tra voi, servi di dio) che emanava dai blocchi di celle da volti invisibili – volti che ci inondavano di sollecitudine, speranza e amore, anche se non li potevamo vedere.
Ma c’è stato un atto di sfida ancora più potente. Più potente che rovesciare liquidi sui soldati, più forte che inveire contro di loro con le mani in catene o chiamarli himaar (asini) o khanzeer (maiali); più forte dello sciopero della fame che reclamò la vita di molti uomini coraggiosi. E’ stata la preghiera e la du’aa (supplica) ad Allah da parte dell’Imam che risuonava, sola, tra il filo spinato, sospinta da una dolce brezza Caraibica. E’ stato dire “Amen” all’unisono a preghiere che tutti volevamo avessero risposta. Sono state le lacrime che tutti versavamo sapendo che ognuno di noi aveva una ragione per versarle. E’ stata la tristezza che era anche dolce. E’ stato il nostro estremo simbolo di sfida. E’ stato il migliore dei tempi.


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