

colui che cerca.
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“Parlo in nome delle madri che nei nostri Paesi impoveriti vedono i propri figli morire di malaria o di diarrea, senza sapere dei semplici mezzi che la scienza delle multinazionali non offre loro, preferendo investire nei laboratori cosmetici o nella chirurgia plastica a beneficio del capriccio di pochi uomini e donne il cui fascino è minacciato dagli eccessi di assunzione calorica nei loro pasti, così abbondanti e regolari da dare le vertigini a noi del Sahel”
Thomas Sankara, davanti all’Assemblea delle Nazioni Unite.
Per capire cosa è stato il colonialismo, si può partire da qualsiasi lettera dell’alfabeto. Comunque A. Alto Volta. Quando noi Europei figli della Rivoluzione Industriale abbiamo iniziato la fulgida evoluzione che da contadini e artigiani ci ha trasformato in classe operaia, è nato il problema che ancora ci assilla: cosa cazzo possiamo trasformare in queste fantastiche fabbriche che ci hanno levato dai campi e dalle officine? Ci siamo rivoltati le tasche e con occhio cupido e bavetta alla bocca, abbiamo iniziato a guardarci in giro. Aah, l’Africa! Una bellezza ambientale da togliere il fiato, un mare cristallino, un fottìo di risorse naturali. Peccato tutti quei negri, selvaggi arretrati. Vivono ancora all’età della pietra. E noi, en passant, gli abbiamo portato anche la civiltà, che Dio ce ne renda merito.
E non s’è mai buttato via nulla, beninteso. Ci sono Stati Africani, come l’Alto Volta per esempio, che non hanno veramente niente da offrire. Stretto tra gli stati che affacciano sul Golfo di Guinea a sud e il Mali e l’Algeria che lo dividono dal Mediterraneo a nord, l’Alto Volta non ha ne sbocco al mare ne fiumi degni di questo nome. L’harmattan, il vento secco che arriva dal Sahara contribuisce all’avanzata veloce del deserto. Le terre coltivabili bastano a malapena ad una economia di sussistenza. Eppure anche l’Alto Volta ha subito pesantemente l’epoca schiavista prima e il dominio coloniale poi. Dal XV secolo, gli occidentali penetrano nell’Africa dell’ovest alla ricerca di schiavi e l’impatto è terribile: sulla costa crescono le grandi città portuali e le savane dell’interno si spopolano. Così inizia il declino di civiltà millenarie. I villaggi dell’interno si riassettano in maniera “difensiva”, con l’intento di sfuggire ai mercanti di schiavi. Questo “disordine” dovuto alla trasformazione accelerata da pericoli esterni è stato naturalmente colto dai primi missionari bianchi che giunsero nel 1800, e contribuì alla conclusione che trassero: di essere di fronte ad incivili, bisognosi della missione civilizzatrice dell’occidente cristiano ed evoluto.
In Alto Volta ci sono 9 diverse etnie. Circa 1.000 anni fa, l’etnia più numerosa ha fondato l’Impero Mossi, costituito da ben 4 regni. A Ouagadougou, la capitale, c’è ancora il “moro-naba”, capo spirituale dei Mossi. La struttura sociale era basata sull’organizzazione tribale e sui legami di parentela. Ogni tribù caratterizzata dalla proprietà pubblica della terra, dalla presenza di un capo, custode della terra. e dal culto degli antenati. Prima dell’arrivo degli Europei, l’Africa non conosceva la proprietà privata e il lavoro individuale. La schiavitù esisteva, ma lo schiavo entrava a far parte della famiglia, gli era permesso sposarsi ed era trattato in maniera relativamente buona. Niente a che vedere con i rastrellamenti, le razzìe, le file di uomini portati via in catene.
Tutta questa opera civilizzatrice pare non abbia portato buono (dev’essere per questo che i missionari di oggi, principalmente Comboniani, disconoscono l’opera civilizzatrice dei loro precursori ottocenteschi). L’Alto Volta nel 1949 diventa uno Stato Indipendente, ma resta uno dei paesi più poveri del mondo. Ancora oggi la voce più alta del bilancio è data dalle rimesse degli emigrati, tanti in Costa d’Avorio, dove è notizia di questi giorni di scontri tra autoctoni e immigrati. Vedi com’è piccolo il mondo.
Nella infinita teoria di colpi di stato che umilia l’Africa del dopo colonialismo, l’Alto Volta ce ne regala uno incruento, a cui ancora guardano gli Africani tutti come esempio di possibile rinascita. E’ quello che vede salire al potere Thomas Sankara, che al grido di “L’Africa agli Africani!” nel 1984 cambierà il nome coloniale di Alto Volta in “Burkina Faso”che significa “Terra degli uomini integri”. 
Thomas Sankara è un uomo carismatico. Il popolo è subito dalla sua parte. Dice cose allo stesso tempo semplici e rivoluzionarie, a volte ingenue, però ci crede profondamente e cerca di portarle a compimento. Combatte gli sprechi, i furti e i privilegi della pubblica amministrazione e decide che la classe dirigente deve vivere a livello del paese reale (“non possiamo essere la classe dirigente ricca in un Paese povero”). E’ una rivoluzione, considerando il tenore di vita faraonico dei capi Africani. Sospende o licenzia i funzionari corrotti, coordina e ottimizza i rapporti con le ONG straniere e coinvolge il popolo nel cambiamento. Chiede che ogni Burkinabè dica la sua sulla rivoluzione che li porterà ad essere di nuovo padroni del loro destino. Ogni martedì sera, in diretta radiofonica, i ministri rispondono a tutte le domande che il popolo vuole fare. Le priorità diventano la sanità diffusa, l’alfabetizzazione (prende a modello l’opera portata avanti dai sandinisti in Nicaragua, stesso tragico destino di una rivoluzione soffocata), e le politiche sociali.
Al fine di arrivare all’autosufficienza, in primo luogo alimentare, nasce una “politica dell’acqua”, 8.000 cantieri in tutto il paese assicurano l’imbrigliamento dei corsi d’acqua e il miglioramento del terreno agricolo. La parola d’ordine diventa “consuma Burkinabè” (“produrre e consumare le nostre materie prime per la salvaguardia della nostra valuta”).
Elabora un piano quinquennale ma non lo fa con i suoi stretti collaboratori. Attraverso una fitta trama di assemblee di villaggio e riunioni del Comitato di Difesa della Rivoluzione, tutti i Burkinabè partecipano alla stesura e all’applicazione, con un fervore nuovo (nascono così le prime opposizioni da parte dei sindacati e di alcuni partiti che si sentono “sorpassati a sinistra”, insieme al montante scetticismo delle “ex” potenze coloniali, anche a causa di alleanze non gradite, per esempio con
I punti fondamentali dell’approccio allo sviluppo di Sankara sono:
- L’uomo è il beneficiario dello sviluppo. Lo sviluppo si giudica a seconda di quanto beneficio ha portato all’uomo.
- L’uomo è soggetto della trasformazione, e non oggetto inconsapevole.
- In piena tradizione africana, riscoperta di una personalità collettiva dell’uomo, lavori di gruppo per il gruppo.
- Partecipazione popolare come reale forma di democrazia.
- Fede nelle capacità dell’uomo e del gruppo, forza endogena.
Sankara è stato ucciso in un colpo di stato, il 15 Ottobre 1987, dopo 4 anni di vertigine. Prende il potere Campaorè, suo grande amico e compagno di governo negli anni della rivoluzione. Il Burkina Faso precipita ancora tra i paesi più poveri della terra, i Burkinabè tornano ad essere serbatoio di manodopera. Ora si avvicina a grandi falcate una guerra con

Da una intervista rilasciata da Sankara a Patrizia Paoletti nel 1986, un anno prima di essere ucciso (dal libro di Alluisi Tosolini “Thomas Sankara. Una speranza recisa” ed. Quaderni EMI/Sud):
Domanda: La rivoluzione burkinabè è guardata con molto interesse da tutti i paesi del mondo, poiché si tratta di una rivoluzione che non ha intaccato le libertà individuali. Gli altri regimi rivoluzionari nel resto del globo, ma soprattutto in Africa, hanno condotto alla soppressione di qualsiasi libertà individuale ed alla catastrofe economica; come pensate di poter evitare tutto ciò?
Risposta: Io credo che i fallimenti delle rivoluzioni – quelli che lei definisce fallimenti delle rivoluzioni – nel mondo, derivano non dalla qualità dei presupposti teorici, che mi pare siano fondamentalmente giusti, ma piuttosto dalla loro applicazione nel concreto. Anche l’applicazione delle idee giuste richiede a volte l’uso della forza contro una minoranza che non le accetta. D’altra parte la maggioranza, che dovrebbe essere la beneficiaria della rivoluzione, spesso non comprende che i fini che la rivoluzione si propone di realizzare sono a vantaggio del popolo. Pertanto i capi della rivoluzione vengono a trovarsi tra una minoranza reazionaria ed una maggioranza che non è in grado di comprendere gli sconvolgimenti politici e sociali. I fallimenti economici poi sono spesso dovuti al fatto che coloro che hanno dei privilegi non vogliono rinunciarvi, cosa del resto perfettamente normale: costoro sono i perdenti della rivoluzione, e talvolta obbligano i rivoluzionari ad opporre loro la violenza, dapprima per difesa, ed in seguito per fare trionfare le nuove idee. Ma ciò che ci appare soprattutto importante è che spesso gli uomini che capeggiano la rivoluzione, volendo imporre le loro idee, anche se giuste, ad una minoranza che le rifiuta, ed essendo delusi da una maggioranza che non li comprende, finiscono per isolarsi ed isolandosi necessariamente ricorrono alla repressione. Infatti non è detto che l’applicazione di un’idea giusta sia facile e non è neppure detto che il ricorso alla violenza invalidi l’idea di partenza. Il Cristo ha cacciato i mercanti dal tempio con la frusta e Maometto ha fatto la guerra santa. Tutte le religioni hanno la loro guerra e così le rivoluzioni.
Domanda: Tuttavia la “vostra” rivoluzione si distacca dalle altre. Il clima che si respira nel vostro paese non è un clima di repressione, le frontiere sono aperte, non c’è coprifuoco, la stampa è libera, insomma non ci sono manganelli in giro. Ora ci interessa capire qual è il meccanismo che ha reso possibile ciò in Burkina Faso.
Risposta: Fintanto che è possibile spiegare noi dobbiamo spiegare, fintanto che possiamo discutere, stabilire un dialogo, abbiamo il dovere di farlo, perché così possiamo attenuare le reazioni della gente; noi sappiamo che la reazione e la riprovazione sono naturali in coloro che devono cedere qualcosa. L’essere umano è fatto così. Anche quando per salvare una vita umana siamo disposti a donare del sangue nel momento in cui il medico ci buca con l’ago troviamo che fa male, eppure si tratta di salvare un fratello. Bisogna tener conto che non tutti diventano immediatamente dei rivoluzionari, per il solo fatto che c’è stato il colpo di stato nel 1983. Quindi ci siamo imposti di discutere, di spiegare, di far comprendere e a nostra volta di comprendere. Purtroppo non sempre riusciamo ad essere pazienti come dovremmo e vorremmo.

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