

colui che cerca.
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E’ Pablo Neruda a raccontare come l’amico Hikmet viene trattato durante la sua prigionia “…accusato di aver tentato di incitare l’esercito turco alla ribellione, Nazim è stato condannato alle punizioni più terribili. Mi ha detto che è stato costretto a camminare sul ponte di una nave fino a non sentirsi troppo debole per rimanere in piedi, quindi lo hanno legato in una latrina dove gli escrementi arrivavano a mezzo metro sopra il pavimento…Il mio fratello poeta ha sentito le sue forze mancare: i miei aguzzini vogliono vedermi soffrire. Resiste con orgoglio. Comincia a cantare, all’inizio la sua voce è bassa, poi sempre più alta fino ad urlare. Ha cantato tutte le canzoni, tutti i poemi d’amore che riesce a ricordare, i suoi stessi versi, le ballate d’amore dei contadini, gli inni di battaglia della gente comune. Ha cantato qualsiasi cosa che la sua mente ricordasse. E così ha vinto i suoi torturatori.”
Io credo che da Abu Ghraib , da Guantanamo, e da tutti i campi di internamento sparsi per il mondo di cui non sapremo mai, usciranno parecchi poveracci. Tanti ragazzotti di provincia, che sono cresciuti nelle madrasse pakistane, o afgane. Orfani di uno dei tanti terremoti di cui non abbiamo avuto notizia, o semplicemente della miseria di una terra in guerra da anni. Un sistema di vita che onestamente, solo con parecchia buona volontà, possiamo provare ad immaginare dal nostro divano. E ognuno di loro avrà qualcosa da raccontare, a chi lo aspetta a casa. Fosse stato anche uno, che ha visto un soldato americano pisciargli sul Corano. Uno solo, che si è dovuto inginocchiare ad abbaiare come un cane, con il guinzaglio al collo. Appena un paio, a doversi spogliare davanti a soldatesse donne. La loro voce sarà amplificata da quella di mille altre persone, e ne parleranno le loro tv, ne scriveranno i loro giornali. Qualcuno ne farà poesie. Certo, noi avremo smesso da tempo di pensare ad Abu Ghraib. Haji Ali non andrà a Buona Domenica intervistato da Costanzo e noi continueremo a farci i cazzi nostri, indignandoci qua e là tra uno sbadiglio e l’altro.
In Marocco ci sono 2 televisioni di stato. Una è 2M, che inizia le trasmissioni verso le 10.30 di mattina, con l’inno nazionale (bello!) e i versetti del Corano. Poi fa vedere tantissimo il Re, Mohamed VI, in visita in questa o quella località, o a inaugurare scuole e impianti sportivi tappato con la cravatta, o a pregare, con la djellaba bianca. Tantissime telenovelas, molto simili alle nostre prime soap che arrivavano dal brasile. Queste arrivano dagli studios Egiziani, che le esportano in tutto il mondo arabo.
Però credo.. il 90% delle famiglie ha la parabola. Non è una percentuale esagerata, ci sono parabole dove non potreste nemmeno immaginarvele. Ci sono quartieri, nella periferia di Casablanca, dove le case ammonticchiate sulla collina sembrano scatoline imbiancate, col tetto di latta. Non c’è acqua corrente e non c’è pavimentazione stradale. C’è il solco che i carretti lasciano nel fango che si riempie di acque nere, perché non c’è lo scarico delle fogne. Però c’è una nuvola che pare di fenicotteri e invece è di parabole. Puntate su tutto il mondo arabo. I marocchini il telegiornale lo guardano, quello di Al Jazira. Pensa ganzo sarebbe avere almeno TGEuropa, noi occidentali ipernutriti e analfabeti.
Angina pectoris
Se qui c'è la metà del mio cuore, dottore,
l'altra metà sta in Cina
nella lunga marcia verso il Fiume Giallo.
E poi ogni mattina, dottore,
ogni mattina all'alba
il mio cuore lo fucilano in Grecia.
E poi, quando i prigionieri cadono nel sonno
quando gli ultimi passi si allontanano
dall'infermeria
il mio cuore se ne va, dottore,
se ne va in una vecchia casa di legno, a Istanbul.
E poi sono dieci anni, dottore,
che non ho niente in mano da offrire al mio popolo
niente altro che una mela
una mela rossa, il mio cuore.
E' per tutto questo, dottore,
e non per l'arteriosclérosi, per la nicotina, per la prigione,
che ho quest'angina pectoris.
Guardo la notte attraverso le sbarre
e malgrado tutti questi muri
che mi pesano sul petto
il mio cuore batte con la stella più lontana.
Nazim Hikmet
Tadaaaaa! questo è il bannerino di Talib, preparato ad hoc da quell'angelo di Mindprison, io sono in sollucchero, ciò il Talibanner! :D
colgo l'occasione per invitarvi a mettere sul vostro blog il banner di Haji Ali. Come dice Miguel, noi abbiamo il diritto di sapere cosa sta succedendo in Iraq.
Per saperne di più e per il codice del banner:
http://www.kelebek.splinder.com/tag/hajali 

Don Chisciotte Il cavaliere dell`eterna gioventù seguì, verso la cinquantina, la legge che batteva nel suo cuore. Partì un bel mattino di luglio per conquistare il bello, il vero, il giusto. Davanti a lui c`era il mondo coi suoi giganti assurdi e abbietti sotto di lui Ronzinante triste ed eroico. Lo so quando si è presi da questa passione e il cuore ha un peso rispettabile non c`è niente da fare, Don Chisciotte, niente da fare è necessario battersi contro i mulini a vento. Hai ragione tu, Dulcinea è la donna più bella del mondo certo bisognava gridarlo in faccia ai bottegai certo dovevano buttartisi addosso e coprirti di botte ma tu sei il cavaliere invincibile degli assetati tu continuerai a vivere come una fiamma nel tuo pesante guscio di ferro e Dulcinea sarà ogni giorno più bella. Nazim Hikmet
Hikmet, una vita in versi Nazim Hikmet è uno dei più grandi poeti del ventesimo secolo, le sue opere sono state tradotte in più di cinquanta lingue. Il poeta turco attraverso i suoi versi parla di se stesso, del suo Paese, dei valori in cui crede fermamente e per i quali ha combattuto. La sua vita è inscindibile dalla sua poesia. Eppure, nonostante i soprusi, le ingiustizie, le torture e le privazioni subite, dai suoi versi traspare una purezza lirica straordinaria, una volontà inarrestabile nel trasmettere ideali ed una passione che vive nelle sue incantevoli poesie d’amore. Quest’anno Anche questa mattina mi sono svegliato
Nasce a Salonicco nel 1902. La passione per la poesia la eredita dal nonno e dalla madre, fin dalla tenera età ha occasione di conoscere artisti e poeti, di frequentare circoli letterari.
Pubblica i suoi primi versi a diciassette anni.
Frequenta l’università a Mosca, attratto dalla Rivoluzione Russa e dalle sue promesse di giustizia sociale.
Tornato in patria viene arrestato, colpevole di collaborare con una rivista di sinistra.
Costretto a rifugiarsi a Mosca ha contatti con le avanguardie e, in particolare, con Majakovkij. Solo una amnistia generale gli permette di tornare in patria nel 1928.
Tra il 1929 e il 1936 pubblica nove libri che rivoluzioneranno il modo di scrivere turco. Libera la poesia dalle convenzioni letterarie ottomane ed introduce versi liberi ed uno stile colloquiale.
Nel 1938 viene condannato a 28 anni di carcere per la sua opposizione al regime di Kemal Ataturk. Le sue poesie, i suoi articoli, i suoi libri sono considerati un incitamento alla rivolta. Sotto accusa, in particolare, "L’epopea di Sherik Bedrettin" dove Hikmet racconta la ribellione contadina del 1500 contro l’impero ottomano. L’analogia è evidente.
Questo è l’ultimo libro divulgato in Turchia mentre Nazim Hikmet è in vita. Dopo di che è censura.
E’ Pablo Neruda a raccontare come l’amico Hikmet viene trattato durante la sua prigionia "…accusato di aver tentato di incitare l’esercito turco alla ribellione, Nazim è stato condannato alle punizioni più terribili. Mi ha detto che è stato costretto a camminare sul ponte di una nave fino a non sentirsi troppo debole per rimanere in piedi, quindi lo hanno legato in una latrina dove gli escrementi arrivavano a mezzo metro sopra il pavimento…Il mio fratello poeta ha sentito le sue forze mancare: i miei aguzzini vogliono vedermi soffrire. Resiste con orgoglio. Comincia a cantare, all’inizio la sua voce è bassa, poi sempre più alta fino ad urlare. Ha cantato tutte le canzoni, tutti i poemi d’amore che riesce a ricordare, i suoi stessi versi, le ballate d’amore dei contadini, gli inni di battaglia della gente comune. Ha cantato qualsiasi cosa che la sua mente ricordasse. E così ha vinto i suoi torturatori."
Nel 1949, a Parigi, una commissione internazionale della quale fanno parte, tra gli altri, Pablo Picasso, Paul Robeson, Jean Paul Sartre, si batte per la liberazione di Hikmet.
Nello stesso anno si forma il primo governo turco eletto democraticamente e Hikmet viene nuovamente liberato in seguito ad una amnistia generale.
Ben presto la sua persecuzione ricomincia più spietata che mai.
Simone de Beavoir ricorda gli eventi di quei giorni: "Mi raccontò come nell’anno successivo alla sua liberazione subì due attentati, con le macchine, nelle vie di Istanbul. In seguito provarono a costringerlo a fare il servizio militare nella frontiera russa: aveva quasi cinquant’anni.
Il dottore, un maggiore, gli disse "Mezz’ora in piedi sotto il sole e sei un uomo morto. Ma io ti darò un certificato di buona salute". Così riuscì a scappare, di notte, attraverso il Bosforo, con un motoscafo. Voleva raggiungere la Bulgaria ma era impossibile considerate le condizioni climatiche. Incontrò una nave da carico rumena, che non si fermò. La inseguì, nonostante la tempesta. Dopo circa due ore si fermarono, senza però farlo salire a bordo. Il motore del motoscafo era ormai fuori uso. Si considerava senza via di scampo. Inaspettatamente riuscì a salire sulla nave. L’equipaggio chiese istruzioni a Bucarest. Esausto, mezzo morto, arrivò barcollando nella cabina del capitano, dove vide una sua enorme fotografia con il titolo SALVATE NAZIM HIKMET. La parte più divertente, ricordava Nazim, fu che ero già libero da più di un anno"
Costretto ad espatriare a Mosca. Il governo turco nega il permesso alla moglie ed al figlio di seguirlo. Durante il suo esilio ha il secondo attacco di cuore. Nonostante le sue condizioni di salute continua a lavorare duramente, visitando non solo l’Europa dell’Est ma Roma, Parigi, L’Avana, Pechino.
Privato della cittadinanza turca nel 1959 sceglie di diventare cittadino polacco. Nello stesso anno si sposa per la terza volta.
Muore a Mosca nel giugno del 1963, a causa dell’ennesimo attacco di cuore.
All’inizio dell’autunno nel sud
m’impasticcio di mare di sabbia di sole
m’impasticcio di mele
come fossero miele.
La notte,
il cielo ha un buon odore di messi
la notte,
il cielo scende sulla via polverosa
e m’impasticcio di stelle.
Io m’abituo, mia rosa,
io m’abituo
al mare alla sabbia
al sole alle mele alle stelle
e mischiato
al sole alla sabbia alle mele
alle stelle al mare
il tempo di partire è venuto.
e il muro la coperta i vetri la plastica il legno
si son buttati addosso a me alla rinfusa
la luce d’argento annerito della lampada
mi si é buttato addosso anche un biglietto di tram
e il giallo della parete e tre righe di scritto
e la camera d’albergo e questo paese nemico
la metà del sogno caduta da questo lato s’è spenta
mi si è buttata addosso la fronte bianca del tempo
i ricordi più vecchi e la tua assenza nel letto
la nostra separazione e quello che siamo
mi sono svegliato anche questa mattina
e ti amo.
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