

colui che cerca.
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- Se Dio è uno, perchè tante religioni?

































L’ambasciatore di Teheran presso l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) ha detto che l’Iran è pronto a stanziare dei fondi per un’indagine sull’industria nucleare Israeliana, in gran parte clandestina.
Ali Asghar Soltaniyeh ha fatto l’annuncio durante una dichiarazione destinata al 53° Congresso Generale dell’AIEA di venerdì.
“Nel caso l’AIEA abbia limitate risorse finanziarie per l’ispezione [degli impianti nucleari Israeliani].. il governo Iraniano è pronto a destinare una cifra, a beneficio della pace e del benessere mondiale.
Chiamando il potenziale atomico Israeliano una “potenziale minaccia” alla sicurezza globale, Soltaniyeh ha anche espresso “grave preoccupazione” circa il rifiuto di Tel Aviv di aderire al Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP) e quindi rifiutando l’accesso alle installazioni atomiche agli ispettori AIEA.
Israele, il sesto più grande possessore di armi nucleari al mondo, non ha badato agli appelli internazionali che gli chiedono di aderire al TNP.
Soltaniyeh rimarca la cosa lo stesso giorno in cui l’AIEA approva una risoluzione non vincolante che esorta Israele ad aprire i suoi siti nucleari alle ispezioni dell’ONU e ad aderire al TNP.
La risoluzione esprime preoccupazione circa il potenziale nucleare Israeliano e fa appello a Tel Aviv affinchè rinunci alle armi atomiche.
Nella risposta, Israele “deplora” la risoluzione, dicendo che ha lo scopo di “rinforzare le ostilità politiche e le divisioni della regione medio orientale”
In una votazione del 17 Settembre, l’AIEA, strumento di controllo nucleare dell’ONU, ha adottato una risoluzione che esorta tutte le nazioni medio orientali a rinunciare alle bombe atomiche.
La risoluzione non vincolante ha ricevuto il voto positivo da quasi tutti i paesi Asiatici, Latino Americani, Africani e Islamici mentre Israele è stato l’unico paese a votare no.
Stati Uniti, Canada, Georgia e India si sono astenuti.
copyright of Khalil Bendib – www.bendib.com
Questo è un mio vecchio post su Iran, Israele e TNP
Mazzetta sullo stesso argomento
Perchè non a Israele e agli USA le sanzioni severe?
By Paul Craig Roberts - August 31, 2009
In Israele, un paese rubato ai Palestinesi, I fanatici controllano il governo. Uno dei fanatici è il primo ministro, Benjamin Netanyahu. La settimana scorsa Netanyahu ha invocato “sanzioni severe” contro l’Iran.
Il tipo di blocco che Netanyahu vuole si configura come un atto di guerra. Israele ha a lungo minacciato di attaccare l’Iran ma preferisce tirar dentro gli USA e la NATO.
Perché Israele vuole iniziare una guerra tra gli Stati Uniti e l’Iran?
L’Iran sta attaccando altri paesi, bombardando civili e distruggendo infrastrutture civili?
No. Questi sono crimini commessi da Israele e dagli USA.
L’Iran sta spossessando popoli della terra che occupavano da secoli ammassandoli in ghetti?
No, questo è quello che Israele sta facendo ai Palestinesi da 60 anni.
Cosa sta facendo l’Iran?
L’Iran sta sviluppando energia nucleare, cosa di cui ha diritto in quanto firmatario del Trattato di Non Proliferazione (Nucleare) TNP.
Il programma per l’energia nucleare Iraniano è soggetto alle ispezioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), che regolarmente riporta che le sue ispezioni non rilevano distrazioni di uranio arricchito per programmi di armamenti.
La posizione presa da Israele, e dai suoi burattini a Washington, è che l’Iran non deve essere autorizzato ad avere i diritti riservati ai firmatari del Trattato di Non Proliferazione che tutti i firmatari hanno, perché l’Iran potrebbe distrarre uranio arricchito per programmi di armamenti.
In altre parole, Israele e gli USA rivendicano il diritto di abrogare i diritti dell’Iran di sviluppare energia nucleare.
La posizione di Israele e degli USA non ha fondamento nelle leggi internazionali e in nient’altro che l’arroganza di Israele e degli USA.
L’ipocrisia è estrema. Israele non è un firmatario del Trattato di Non Proliferazione e ha sviluppato illegalmente le sue armi nucleari in sordina, con, come ben sappiamo, l’aiuto degli USA (n.d.Talib: ohhh se lo sappiamo: questo è un articolo del Bulletin of the Atomic Scientists che avevo iniziato a tradurre. Prima era sul sito del Bulletin ad accesso libero, ora è in vendita. Israele - cronologia della corsa al nucleare)
In qualità di possessore illegale di armi nucleari e avendo un governo fanatico capace di usarle, le sanzioni severe dovrebbero essere applicate a Israele per costringerlo a disarmare.
Israele è qualificata per sanzioni severe per un altro motivo. E’ uno stato di apartheid, come l’ex presidente Jimmy Carter ha dimostrato nel suo libro, Palestine: Peace Not Apartheid.
Gli USA erano in prima fila nell'imporre sanzioni contro il Sud Africa a causa della pratica Sud Africana dell'apartheid. Le sanzioni forzarono il governo bianco a passare il potere politico alla popolazione nera. Israele pratica una forma di apartheid peggiore di quella del governo Sud Africano. Ancora, Israele sostiene che criticare Israele per una pratica che tutto il mondo considera ripugnante sia da “antisemita”.
Quello che resta della West Bank Palestinese che non è stata rubata da Israele consiste in ghetti isolati. I Palestinesi sono tagliati fuori dagli ospedali, dalle scuole, dalle loro fattorie, e l'uno dall'altro. Essi non possono spostarsi da un ghetto ad un altro senza il permesso Israeliano imposto ai checkpoint.
Le spiegazioni del governo Israeliano riguardo a questa evidente violazione dei diritti umani sono la più grande collezione di bugie della storia mondiale. Nessuno, ad eccezione dei “cristiani sionisti” Americani, crede ad una parola.
Anche gli Stati Uniti sono idonei per subire sanzioni severe. Anzi, gli USA sono più che idonei. Sulla base di bugie e ingannando intenzionalmente il Congresso USA, l'opinione pubblica USA, le Nazioni Unite e la NATO, il Governo Americano ha invaso l'Afghanistan e l'Iraq e ha usato la “guerra al terrore” per smantellare i diritti civili USA scritti nella Costituzione degli Stati Uniti. Un milione di Iraqeni ha pagato con la vita per i crimini Americani e 4 milioni sono profughi. L'Iraq e le sue infrastrutture sono in rovina, e le elite professionali Iraqene, necessarie per una moderna società organizzata, sono morte o disperse. Il governo USA ha commesso un crimine di guerra su larga scala. Se l'Iran è meritevole di sanzioni, gli USA le meritano mille volte di più.
Nessuno sa quante donne, bambini e vecchi sono stati uccisi dagli USA in Afghanistan.
Comunque, la guerra di aggressione Americana contro il popolo Afghano è arrivata al suo nono anno. Secondo l'esercito USA, una vittoria Americana è ancora molto lontana. L'ammiraglio Michael Mullen, Capo degli Stati Maggiori Riuniti ha dichiarato in Agosto che la situazione militare in Afghanistan è “seria e in peggioramento”.
Gli Americani più avanti negli anni potranno guardare con impazienza questa guerra continuare per il resto della loro vita, mentre la loro sicurezza sociale e i loro diritti di assistenza medica si ridurranno, per liberare fondi per l'industria degli armamenti.
Bush/Cheney e Obama/Biden hanno reso le munizioni l'unico investimento sicuro negli Stati Uniti.
Qual'è lo scopo della guerra di aggressione contro l'Afghanistan? Subito dopo la sua nomina, il Presidente Obama promise di dare una risposta ma non lo ha fatto. Invece, Obama ha presto alzato il livello nella guerra in Afghanistan e ne ha lanciato una nuova in Pakistan che ha già creato 2 milioni di sfollati. Obama ha mandato 21.000 nuovi uomini in Afghanistan e già il comandante in capo in Afghanistan, il Generale Stanley McChrystal, ne ha chiesto altri 20.000.
Obama ha intensificato la guerra di aggressione Americana contro il popolo Afghano a dispetto di 3 sondaggi di opinione di alto profilo che mostrano che l'opinione pubblica Americana si oppone fermamente alla continuazione della guerra contro l'Afghanistan.
Purtroppo, l'accordo di ferro tra Israele e Washington per fare guerra ai Musulmani è molto più forte del collegamento tra popolo Americano e governo Americano. Giovedì scorso, alla cena d'addio dell'attaché militare Israeliano a Washington, che sta tornando in Israele per diventare vice capo di gabinetto dell'esercito Israeliano, erano presenti per porgere i loro ossequi l'Ammiraglio Mike Mullen, Capo degli Stati Maggiori Riuniti, il sottosegretario alla difesa Michele Flournoy, e Dan Shapiro, che si occupa di questioni medio orientali nel Consiglio di Sicurezza Nazionale.
L'Ammiraglio Mullen ha dichiarato che gli USA saranno sempre al fianco di Israele. Non importa quanti crimini di guerra Israele commetta. Non importa quante donne e bambini Israele uccida. Non importa quanti Palestinesi vengano portati via dalle loro case, villaggi e terre. Se la verità può essere detta, il vero asse del male è quello tra Stati Uniti e Israele.
Milioni di Americani sono senza casa a causa dei pignoramenti. Altri milioni hanno perso il loro lavoro, e ancora altri milioni non hanno accesso alle cure mediche. Eppure, il governo USA continua a sperperare centinaia di bilioni di dollari in guerre che non giovano agli interessi USA. Il Presidente Obama e il Generale McChrystal hanno assunto la posizione che conoscono meglio, al diavolo l’opinione pubblica Americana.
Non potrebbe essere più evidente che al Presidente degli Stati Uniti e all’esercito USA non interessa assolutamente della democrazia, dei diritti umani e delle leggi internazionali. Questa è un’altra ragione per applicare severe sanzioni contro Washington, un governo che sotto le presidenze Bush/Obama si è dimostrato uno stato nazista, che ha a che fare con bugie, torture, omicidi, crimini di guerra e mistificazioni.
Molti governi sono complici dei crimini di guerra Americani. Con i conti di Obama in profondo rosso, le guerre di pura aggressione di Washington dipendono dai finanziamenti dei Cinesi, Giapponesi, Russi, Sauditi, Sud Koreani, Indiani, Canadesi ed Europei. Nel momento in cui finiranno i finanziamenti stranieri ai crimini di guerra Americani, finiranno le guerre di aggressione contro i Musulmani.
Gli USA non saranno una “superpotenza” per sempre, da poter ignorare all'infinito le sue stesse leggi e le leggi internazionali. Gli USA alla fine crolleranno sotto la loro stessa insolenza, arroganza e imperialismo selvaggio. Quando l'Impero Americano collasserà, anche quelli che lo hanno sostenuto saranno considerati responsabili dal tribunale per i crimini di guerra?
Le elezioni presidenziali in Iràn:
rassegna delle analisi critiche
Da Eurasia Rivista di Studi Geopolitici - clik per l'originale
di Daniele Scalea *
I fatti
Il 12 giugno 2009 si sono tenute le decime elezioni presidenziali della Repubblica Islamica dell'Iràn. Nel paese persiano il presidente ha funzioni esecutive, è controllato dal Parlamento e subordinato alla Guida Suprema; si tratta del funzionario di più alto grado eletto direttamente dal popolo. Principali candidati in lizza erano Mahmūd Ahmadinežād (o Ahmadinejad, secondo la traslitterazione più in voga), presidente uscente (dal 2005), ex sindaco di Tehrān (2003-2005), ingegnere e professore universitario; Mir Hossein Musavì, ultimo primo ministro prima dell'abolizione della carica (1981-1989), architetto; Mosen Rezai, economista ed ex militare; Mehdi Karrubi, chierico ed ex presidente del Parlamento (1989-1992, 2000-2004).
La campagna elettorale è stata molto accesa (tra l'altro, per la prima volta nella storia dell'Iràn si sono tenuti faccia a faccia televisivi tra i candidati, non solo i due principali come avviene solitamente nei paesi occidentali, ma coinvolgendo tutti e quattro in tre “duelli” a testa), i sondaggi pre-elettorali – poco affidabili in Iràn – hanno mostrato una grande varietà di previsione: alcuni davano Ahmadinejad riconfermato con oltre il 60% dei voti, altri Musavì vincitore con una percentuale simile, altri ancora distacchi inferiori a vantaggio dell'uno o dell'altro. I risultati ufficiali, con un'affluenza di circa l'85% degli aventi diritto (nelle precedenti elezioni presidenziali s'era aggirata intorno al 60%), sono stati i seguenti:
Mahmud Ahmadinejad 24.527.516 voti 62,63% delle preferenze
Mir-Hossein Musavì 13.216.411 voti 33,75% delle preferenze
Mohsen Rezai 678.240 voti 1,73% delle preferenze
Mehdi Karrubi 333.635 voti 0,85% delle preferenze
Mahmud Ahmadinejad è stato dunque riconfermato alla presidenza senza bisogno di ballottaggio. Rispetto al secondo turno delle elezioni precedenti, ha incrementato i propri voti di circa 7 milioni d'unità; Musavì ha raccolto oltre 3 milioni di voti in più di quelli ottenuti dal suo sostenitore Akbar Hashemi Rafsanjani nel 2005. Nel 2005, al primo turno, i candidati minori avevano ottenuto circa 17 milioni di voti, quest'anno poco più di un milione pur col netto aumento dell'affluenza: la polarizzazione politica in Iràn attorno ai due candidati principali è stata evidente.
Musavì (assieme agli altri due candidati sconfitti) ha immediatamente denunciato brogli elettorali, affermando che, malgrado il divario enorme, lui sarebbe stato il vero vincitore del voto. I suoi sostenitori sono scesi in strada a Tehrān per protestare, dapprima in maniera pacifica e poi con crescente violenza, scontrandosi anche con sostenitori di Ahmadinejad a loro volta mobilitatisi e con le autorità intervenute per riportare l'ordine. Nel corso degli scontri vi sono state vittime; le autorità hanno quantificato i danni materiali cagionati dai disordini in diversi milioni di euro. Il 19 giugno la guida suprema ayatollah Alì Khamenei ha riconosciuto la validità dei risultati elettorali, invitando i manifestanti alla calma ed accusando l'Inghilterra d'aver segretamente favorito i disordini degli ultimi giorni.
Le reazioni internazionali
Il mondo si è diviso di fronte alla contestata rielezione alla presidenza di Mahmud Ahmadinejad. Hanno espresso preoccupazione per le accuse di brogli elettorali e condannato l'eccessivo uso della forza da parte delle autorità l'Unione Europea, i paesi anglosassoni, il Giappone e Israele. Si sono invece congratulati con Ahmadinejad la Lega Araba (ma direttamente solo alcuni capi degli Stati membri), la Russia e numerosi Stati ex sovietici, e poi Cina, India, Pakistan, Afghanistan, Corea del Nord, Turchia, Brasile e Venezuela.
Alcune analisi critiche
Riassumiamo alcune delle analisi critiche pubblicate nei giorni scorsi. Abbiamo selezionato solo articoli comparsi in Italia o che hanno avuto particolare rilievo nei paesi occidentali, esprimendo un'opinione argomentata sulle elezioni iraniane e le loro conseguenze.
Alì Ansari, direttore del Institute of Iranian Studies dell'Università di St. Andrews ed associato alla londinese Chatham House, esaminando i dati delle elezioni 2009 e 2005 aderisce alla tesi dei brogli. In particolare, Ansari sottolinea che: in due province i voti sono stati superiori ai residenti aventi diritto (in Iràn molti cittadini hanno la facoltà di votare al di fuori della propria provincia, se ad esempio si trovano spesso in un'altra per ragioni di lavoro, ma Ansari ritiene che questa non sia una spiegazione valida perché le province iraniane sarebbero troppo ampie per un massiccio pendolarismo); non ha riscontrato una correlazione tra aumento dell'affluenza e voto favorevole a Ahmadinejad; in un terzo delle province Ahmadinejad avrebbe conquistato voti che quattro anni prima erano ricaduti in area “riformista”; le tre precedenti elezioni presidenziali non hanno mostrato la predilezione delle aree rurali per i candidati “conservatori”, mentre in queste ultime Ahmadinejad vi ha ottenuto numerosi consensi.
Le manifestazioni ed i disordini dei giorni seguenti alle elezioni, secondo Ansari, rappresentano l'esplodere dopo lunga gestazione d'una crisi maturata nel dibattito intellettuale sulla natura della Repubblica Islamica, il rapporto tra repubblicanesimo ed islamismo, la legittimità del nuovo regime. Durante la presidenza di Khatamì questo dibattito è divenuto di pubblico dominio, suscitando una reazione islamista e conservatrice al riformismo repubblicano. Con Ahmadinejad i conservatori oltranzisti sono andati al potere, ma la sua vittoria su Rafsanjani era stata di misura. Perciò nelle ultime elezioni hanno cercato una grande affermazione, con tutti i mezzi leciti ed illeciti. La sensazione d'essere stati ingannati, a giudizio di Ansari, avrebbe spinto un numero senza precedenti di persone a scendere in piazza.
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Robert Baer, ex funzionario decorato della CIA ed oggi editorialista di “Time.com”, nota che le immagini delle manifestazioni di protesta trasmesse dai media occidentali sono tutte ambientate nella parte settentrionale di Tehrān, dove si trovano i quartieri dell'alta borghesia in maggioranza favorevole a Musavì: mancano invece testimonianze dai quartieri popolari e dalla periferia. Da troppi anni gli occidentali guardano all'Iràn solo attraverso il prisma della locale classe media, liberale ed occidentalizzante, ma non rappresentativa dell'intera società iraniana. L'unico sondaggio condotto prima delle elezioni in Iràn da statunitensi tenendo conto d'un campione realmente rappresentativo, ha dato risultati in linea con quelli poi usciti dall'urna elettorale. La cosa peggiore sarebbe disconoscere ufficialmente i risultati delle elezioni iraniane, poiché ciò rafforzerebbe ulteriormente gli oltranzisti: è probabile che Ahmadinejad abbia realmente vinto le elezioni, e comunque Musavì non è un liberal-democratico come lo descrivono i media occidentali. In qualità di primo ministro negli anni '80, Musavì presiedette alla nascita di Hezbollah in Libano ed ai suoi attentati contro le forze statunitensi nel paese.
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Ken Ballen e Patrick Doherty, l'uno presidente di Terror Free Tomorrow: The Center for Public Opinion e l'altro ricercatore della New American Foundation, nelle settimane precedenti le elezioni hanno condotto in Iràn un sondaggio d'opinione seguendo le metodologie consuete in Occidente, di modo da creare un campione rappresentativo e fornire risultati con margine d'errore di poco superiore al 3%. Tale sondaggio mostrava Ahmadinejad con un consenso doppio rispetto a quello di Musavì, ossia un margine di vantaggio anche maggiore a quello rivelato poi dal voto. Esso prevedeva anche la vittoria di Ahmadinejad tra gli azeri, e smentiva la teoria secondo cui i giovani appoggerebbero Musavì: la fascia d'età tra i 18 ed i 24 anni è quella in cui più forte è il sostegno per il Presidente uscente rieletto. Le uniche classi in cui, nel sondaggio, Musavì risultava popolare quanto o più di Ahmadinejad erano gli studenti universitari, i laureati ed i cittadini ad alto reddito.
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Abbas Barzegar, corrispondente de “The Guardian”, non riscontra prove che suffraghino l'accusa di brogli diffusi: Ahmadinejad era già ampiamente favorito alla vigilia. I media occidentali hanno dato ampio spazio alle dimostrazioni pro-Musavì tenutesi nei quartieri-bene di Tehrān, che hanno radunato fino a 100.000 persone, ma passato sotto silenzio la manifestazione d'appoggio al Presidente rieletto cui hanno preso parte almeno 600.000 cittadini. Barzegar è stato testimone oculare di questi eventi. Gli esperti fin dal 1979 denunciano come imminente la caduta del regime islamico, ma costoro non comprendono la realtà iraniana. La vittoria elettorale di Khatamì su Nuri nel 1997 non rappresentò, come la si descrive solitamente, la mobilitazione dei giovani di sentimenti liberali contro la vecchia classe dirigente, ma il sostegno ad un candidato percepito come più religioso ed onesto del suo sfidante. Non a caso, molti degli allora elettori di Khatamì oggi hanno votato per Ahmadinejad, che si è fatto paladino della lotta anticorruzione e della devozione religiosa. Musavì era sconfitto in partenza, avendo puntato sull'alleanza tra alta borghesia liberale e mercanti dei bazar, e sui nuovi media – da Facebook a Twitter – che sono assolutamente ininfluenti nelle campagne e tra i lavoratori. In futuro, gli osservatori dovranno sforzarsi maggiormente di capire il vero spirito iraniano, quello che ieri ha portato un vecchio asceta esule a rovesciare lo Scià, ed oggi il figlio d'un maniscalco alla presidenza della Repubblica.
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Franco Cardini, storico italiano, ritiene troppo semplicistico e non rispondente alla realtà lo schema proposto dai media occidentali. L'Iràn non è una dittatura, ma una società complessa animata da una società civile fluida e variegata, con molti giovani istruiti, ed un “senato” religioso. Lo scontro in corso è tra il partito dei religiosi, incline ad una distensione con l'Occidente ed appoggiato dai ceti benestanti, ed un partito di radicali laici fautori d'una politica estera e sociale più decisa. L'obiettivo di quest'ultima fazione, che si riconosce nel presidente Ahmadinejad ed è appoggiata anche dalla guida suprema Khamenei, è di trasformare la Repubblica Islamica in un regime autocratico. Il punto debole degli avversari, capeggiati da Akbar Hashemi Rafsanjani, è la loro corruzione. Cardini ritiene possibili dei brogli, anche perché l'attivismo dei sostenitori di Musavì li fa sembrare più numerosi dei voti ottenuti, ma la crisi è interna al sistema, non è una crisi del sistema: tutte le parti in causa sono nazionaliste ed ostili agli USA. I media occidentali non sono stati impeccabili, schierandosi in maniera faziosa: sono state trasmesse le immagini e le interviste dei manifestanti d'una sola parte, ed è stata subito presa per buona la tesi dei brogli, per quanto non sia provata oltre ogni ragionevole dubbio. La repressione delle manifestazioni di protesta è stata dura, ma assomiglia più agli eventi del G8 di Genova nel 2001 che a piazza Tienanmen. Gli appelli ideologici e partigiani, come quello scritto da Bernard Henry Levy e rilanciato dal “Corriere della Sera”, sono controproducenti oltre che scorretti (dove denunciano un'improponibile minaccia nucleare di Ahmadinejad a Israele); le possibilità che il partito “moderato” prevalga a Tehrān dipendono dalle azioni dell'Occidente, in particolare del presidente statunitense Obama che dovrà tenere a bada le richieste estremiste d'Israele.
http://www.francocardini.net/
Juan Cole, storico statunitense, elenca gl'indizi che secondo lui avvalorano la tesi dei brogli: Musavì ha perduto a Tabriz, capitale della provincia di cui è originario; Ahmadinejad ha vinto a Tehrān pur essendo meno popolare nelle città; Karrubi ha visto i propri voti nettamente diminuiti rispetto al 2005, ed ha perso anche nel nativo Luristan; Rezai è andato sorprendentemente meglio di Karrubi; il sostegno a Ahmadinejad è troppo omogeneo tra le varie province; la Commissione Elettorale e Khamenei hanno annunciato con notevole anticipo i risultati finali. Secondo Cole, Musavì avrebbe vinto le elezioni; informatone, la Guida Suprema avrebbe dato mandato alla Commissione Elettorale di falsificare i dati.
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George Friedman, politologo statunitense d'origini ebraico-ungheresi con alle spalle vent'anni d'insegnamento nelle università ed oggi direttore della Strategic Forecasting Inc., ritiene che dal 1979 i paesi occidentali continuino a travisare la realtà iraniana. Alla base di questi errori d'interpretazione ci sarebbe la scarsa dimestichezza col farsi di molti studiosi, anche iranisti, che porterebbe a comunicare soprattutto se non esclusivamente con gl'iraniani che parlano inglese (o altre lingue occidentali), i quali però non rispecchiano la società persiana ma rappresentano in genere solo il ceto borghese e benestante. Friedman ritiene poco affidabili i sondaggi realizzati in un paese come l'Iràn, in cui la telefonia non è universalmente diffusa. Secondo Friedman, benché Musavì fosse il candidato prediletto dalla borghesia urbana benestante, più attenta alla liberalizzazione ed alle questioni economiche, Ahmadinejad gode di grande popolarità tra i ceti più bassi e nelle campagne. Tale popolarità deriva dai suoi tre cavalli di battaglia: la devozione religiosa, la lotta alla corruzione ed il nazionalismo. La religione è, per molti iraniani, più importante del miglioramento della condizione economica. La corruzione dilagante nel clero è un tema assai sentito tra la popolazione rurale. Infine, il conflitto con l'Iràq ha ingenerato in ampi strati della società la speranza che i sacrifici patiti possano un giorno essere ripagati dal rafforzamento internazionale del proprio paese.
Le rivoluzioni, per avere successo, necessitano che diversi segmenti della società s'uniscano a quello che avvia il processo rivoluzionario. Nel caso iraniano, i sostenitori di Musavì sono rimasti isolati: i manifestanti sono stati gli stessi fin dai primi giorni, e le proteste non si sono allargate ad altre città. I media occidentali che hanno creduto nella possibilità d'un successo della rivolta non hanno saputo analizzare correttamente la situazione e le fratture sociali in Iràn. Alcuni hanno negato la dicotomia città-campagna ritenendola superata ed appellandosi al dato delle Nazioni Unite, secondo cui il 68% della popolazione iraniana è urbanizzata. Friedman nota però che la maggior parte abita in piccoli centri, in cui la mentalità è molto distante da quella degli abitanti delle metropoli, esattamente come avviene nei paesi occidentali. Anche all'interno delle città, poi, non vanno trascurate le differenze tra i vari ceti sociali. Alcuni segnali suggeriscono la possibilità di brogli elettorali (la rapidità del conteggio, anche se pari all'incirca a quella del 2005, oppure gli eccezionali livelli d'affluenza in talune province), benché non tutti i sospetti sollevati in questi giorni sembrino fondati (ad esempio, nota Friedman, il fatto che Musavì non abbia vinto nelle regioni azere di cui è originario non è così sorprendente: anche Khamenei è azero, e Ahmadinejad parla la lingua locale; inoltre, anche negli USA è successo che candidati presidenziali non vincessero negli Stati d'origine). In ogni caso, essi sarebbero stati complessivamente ininfluenti sul risultato finale, che rispecchia quello di quattro anni fa, a seguito d'una campagna elettorale condotta, secondo gli osservatori, con maggiore incisività dal Presidente uscente. Ma la principale dimostrazione della genuinità di fondo della vittoria elettorale di Ahmadinejad è che, a dispetto d'ogni intimidazione, se Musavì avesse davvero goduto di milioni di sostenitori in più di quelli suggeriti dal voto, le proteste di piazza si sarebbero rapidamente allargate dopo i primi giorni. Durante i disordini, molti chierici capeggiati da Rafsanjani hanno fatto pressione su Khamenei perché favorisse il ribaltamento dei risultati elettorali: secondo Friedman la Guida Suprema avrebbe rifiutato per salvaguardare la stabilità della Repubblica Islamica, che in quel caso sarebbe stata minacciata dalla violenta reazione dei sostenitori di Ahmadinejad, sia civili sia militari. I media occidentali sbagliano a considerare i chierici e Ahmadinejad come un unico partito: in realtà, il Presidente gode di vasto sostegno popolare anche perché sfida l'élite dominante dei chierici. Il futuro prossimo probabilmente riserverà una resa dei conti tra le due frazioni della classe dirigente iraniana, ma ciò non si tradurrà in una liberalizzazione della Repubblica Islamica. I rapporti con gli USA non muteranno, perché nessuna delle due parti ha finora mostrato la disponibilità a scendere a patti, ma d'altro canto Washington non pare pronta a ricorrere all'opzione militare.
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Eva Golinger, avvocatessa e scrittrice statunitense d'origini venezuelane, inserisce la “rivoluzione verde” tentata da Musavì nel novero delle “rivoluzioni colorate” orchestrate in giro per il mondo dagli USA. Già nel 2003 Peter Ackerman (presidente di Freedom House, ex direttore dell'Istituto Albert Einstein e fondatore dell'ICNR), Jack DuVall (direttore dell'ICNR) e James Woolsey (ex direttore della CIA) scrissero Una guida non violenta per l'Iran, in cui preconizzavano manifestazioni a Tehrān guidate dagli studenti che, per mezzo di scioperi e boicottaggi, minassero dall'interno la solidità del regime. Da pochi mesi l'organizzazione CANVAS (ex Otpor serbo) ha cominciato a pubblicare i suoi materiali anche in farsi e arabo, spiegando come condurre azioni destabilizzanti dall'interno. Dopo le elezioni del
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Flynt e Hillary Mann Leverett, l'uno docente di Affari internazionali (Università della Pennsylvania) e l'altra direttrice di STRATEGA, ex funzionari del governo statunitense addetti alle questioni mediorientali, ritengono che la tesi dei brogli non sia sorretta da nessuna prova. Ahmadinejad ha ricevuto più o meno la stessa percentuale di preferenze del 2005: gli “esperti” hanno nuovamente sottovalutato la sua capacità d'attrarre voti, soprattutto dopo aver ben figurato nei duelli televisivi coi suoi avversari. I sondaggi in Iràn sono poco accurati, ma l'unico condotto con valida metodologia e da occidentali dava Ahmadinejad con 20 punti percentuali di vantaggio su Musavì, scarto che si sarà prevedibilmente allargato dopo il dibattito televisivo in cui il Presidente uscente ha rinfacciato al rivale l'appoggio di Rafsanjani e Khatamì, percepiti dalla popolazione l'uno come corrotto e l'altro come troppo cedevole nei confronti degli USA. Secondo gli “esperti”, Ahmadinejad avrebbe dovuto pagare la cattiva situazione economica, ma i dati ufficiali indicano un Iràn il cui prodotto interno lordo quest'anno cresce, mentre quello dei vicini cala, ed i ceti bassi hanno percepito la politica economica del Presidente come a loro favorevole. È vero che l'inflazione è percepita come un problema da molti iraniani, ma il medesimo sondaggio rivela che solo una minoranza la imputa a Ahmadinejad. Infine, l'assunto che l'alta affluenza avrebbe favorito Musavì non poggia su alcuna base concreta. Lo stesso si può dire dell'attesa che Musavì vincesse nelle province azere: Ahmadinejad vi ha servito per otto anni, parla un azero fluente e l'ha ampiamente utilizzato in campagna elettorale; è stato inoltre sostenuto dall'azero più illustre della Repubblica Islamica, ossia la guida suprema Khamenei. I difetti procedurali denunciati da Musavì (come la chiusura dei seggi giudicata troppo frettolosa, per quanto siano rimasti aperti tre ore oltre lo stabilito) non possono aver influito sensibilmente sui risultati, e comunque non si configurano come brogli. Gli “esperti”, scottati dal fallimento delle loro previsioni, hanno allora denunciato un “colpo di Stato conservatore” in Iràn: ma l'unico tentativo di colpo di Stato è semmai quello di Musavì. Obama deve resistere alla pressioni che vorrebbero indurlo ad abbandonare il tavolo delle trattative con l'Iràn; anzi deve liberarsi dell'illusione che il problema iraniano sia solo Ahmadinejad, in quanto nel paese è amplissimo il consenso sul programma nucleare ed altre questioni di politica estera. È interesse degli USA venire incontro alle legittime richieste dell'Iràn.
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Thierry Meyssan, giornalista e scrittore francese presidente di Réseau Voltaire, individua un ruolo della CIA dietro ai disordini di Tehrān. I servizi statunitensi, com'è stato ammesso anche da Madeleine Albright nel 2000, organizzarono il colpo di Stato che abbatté il primo ministro iraniano Mossadeq, avvalendosi anche di 8.000 comparse prezzolate per inscenare manifestazioni di piazza. Oggi, dopo aver rinunciato ad attaccare militarmente l'Iràn, gli USA hanno tentato di provocare un cambio di regime giocando sull'opposizione tra proletariato nazionalista e borghesia. Strumento privilegiato della CIA è oggi il controllo delle reti di telefonia mobile, più facilmente intercettabili rispetto a quelle fisse che richiedono cavi di derivazione. In Iràn migliaia di s.m.s. sono stati inviati automaticamente ai cittadini annunciando nella notte la vittoria elettorale di Musavì, poi smentita dalla proclamazione ufficiale del vincitore l'indomani. Inoltre, sono stati scelti alcuni blogger, cui sono state inviate periodiche false notizie di uccisioni di manifestanti perché le diffondessero nel paese. Militanti sono stati reclutati negli USA ed in Inghilterra tra le locali comunità iraniane ed istruiti all'utilizzo di Twitter per creare confusione nel paese persiano diffondendo false notizie da fonti solo apparentemente interne all'Iràn.
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Michelguglielmo Torri, professore di Storia moderna e contemporanea dell'Asia (Università di Torino), nota l'unanimità con cui in Occidente si considerano truccate le elezioni iraniane. Tale interpretazione non è solo egemone sui grandi media, ma è preponderante anche nella cosiddetta blogosfera, solo in minima parte contrastata dalla tesi opposta dell'artificiosità delle proteste pro-Musavì, che sarebbero manovrate dagli USA per destabilizzare l'Iràn. In effetti, le dimostrazioni dell'opposizione a Tehrān coinvolgono soprattutto i ceti benestanti e mirano ad una maggiore apertura dell'Iràn ai capitali esteri, alla privatizzazione dell'industria statale ed alla fine dei programmi sociali avviati da Ahmadinejad. La tesi dei brogli è nata dall'annuncio di Musavì della propria vittoria, fatta però ad urne ancora aperte: ciò ha spinto la Commissione Elettorale, poco dopo la chiusura delle urne ma appena avuti a disposizione dati sufficienti, a proclamare anzitempo vincitore Ahmadinejad. Ciò ha offerto il destro alla campagna d'accuse dei media internazionali. Essi dimenticano però che, negli oltre trenta sondaggi condotti in Iràn dal marzo 2009, Ahmadinejad risultava complessivamente in vantaggio, anche d'oltre 20 punti percentuali se si escludono i sondaggi palesemente filo-Musavì. Il sondaggio occidentale del CPO, commissionato da BBC e ABC, aveva previsto quasi esattamente sia l'affluenza sia i risultati finali. Nel 2007, “Telegraph” e “ABC News” avevano informato dell'avvio d'un nuovo programma della CIA volto a destabilizzare l'Iràn dall'interno; di tale programma ha parlato l'anno seguente anche il noto giornalista Seymour Hersh. La repressione delle autorità è stata senz'altro troppo brutale, ma i dimostranti probabilmente non rappresentano la maggioranza dei cittadini iraniani: in tal caso la loro insurrezione sarebbe illegittima e giustificato l'intervento delle autorità per ristabilire l'ordine.
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* Daniele Scalea, laureato in storia moderna-contemporanea, è redattore di "Eurasia"
Sottoscrivo questa lettera di Piotr,
da Ripensare Marx 26 giugno 2009
(le foto le ho rubate a Trotzkij, SitoAurora)
Sulla questione dell’Iran e la mia critica all’appoggio che la sinistra radicale sta dando ai manifestanti pro-Mousavi devo dare una breve risposta su questioni molto ampie.
1. Intanto vorrei moderare un po’ i toni. Con la “sinistra radicale”, come ho già detto spesso, mi arrabbio anche ferocemente ma, contrariamente alla metafora dell’amico GP, non vorrei metterla al muro (se non altro perché ci troverei troppi amici e anche molto cari). Non solo, anche nella mia critica più radicale un canale con chi manifesta un certo tipo di idealità lo voglio tenere aperto, perché esprime un lato del problema che è un duplice problema e bisogna vedere e tenere conto di tutti e due i lati (incidentalmente, il mio post era il risultato di un dialogo stretto - anche se a distanza - sulla questione con simpatizzanti di Rifondazione Comunista).
Cerco di spiegarmi.
Sono convinto che stiamo vivendo la crisi terminale del sistema egemonico statunitense. Questa crisi terminale è destinata ad approfondirsi e lo scontro in essa sarà innanzitutto tra stati-nazione (formazioni particolari, nel linguaggio di GLG). Ovvero tra dominanti.
Non è assolutamente chiaro che cosa uscirà da questo scontro. Di sicuro gli USA cercheranno in tutte le maniere di rilanciare il loro predominio.
L’epicentro di questo scontro sarà l’Asia, o meglio la parte centrale dell’Asia: Iran, Afghanistan, Pakistan e, per via di contiguità geografica e di risorse energetiche, in subordine il Medio Oriente.
Focolai di crisi si possono aprire anche altrove, ma credo che quello descritto sarà l’epicentro.
2. Tuttavia in una prospettiva anticapitalista, questo è il mio modo di vedere, le dimensioni dello scontro sono due: quella orizzontale tra dominanti, appena descritta, e quella verticale tra dominanti e dominati (o subordinati). La chiamo così perché è una dizione che racchiude anche lo scontro tra formazioni sociali (classi) ma senza cadere nella “lotta di classe” che è un concetto travisante tutto da rivedere.
Cosa sta succedendo in Iran? Io non sono così sicuro che ci sia uno scontro tra dominati e dominanti, cioè uno scontro verticale di ceti e formazioni sociali.
Non sto dicendo che c’è esclusivamente uno scontro di potere interno. Sto dicendo che probabilmente non c’è una rivolta popolare tale da prefigurare un “movimento rivoluzionario” in senso classico (diciamo, per approssimazione, “socialista”).
Molti giornalisti esperti e indipendenti hanno avvisato che la “rivolta” è confinata ai quartieri centrali della sola Teheran. Certo, anche in Francia la rivoluzione si è sempre giocata prevalentemente a Parigi. Ma all’epoca della rivolta contro lo Scià, la rivolta si estendeva dappertutto. In più, non credo che l’Iran del 2009 sia la Francia del Settecento o dell’Ottocento.
Secondo me in Iran c’è una classe media che non ne può più del nucleo dirigente oggi al potere, che è attratta dalla globalizzazione sia in termini economici (di questo aspetto del problema Mousavi e Rafsanjani sono rappresentativi), sia in termini culturali (qui lo sono di meno).
3. Se questa è la situazione, le incrostazioni di potere presenti in Iran, insieme alle indubbie incrostazioni e rigidità ideologiche e teocratiche, sono quanto di meno si possa desiderare per metabolizzare il cambiamento che per forza di cose prima o poi ci sarà.
Abbiamo quindi una spinta al cambiamento - a quel tipo di cambiamento il cui veicolo e la cui soggettività è appannaggio di una parte minoritaria, ma importante, della popolazione - che è diventata drammatica proprio per via di queste incrostazioni e di questi giochi torbidi e feroci di potere, anche molto personali e, infine, a causa delle interferenze esterne.
In ciò gli USA e i Paesi occidentali, in special modo gli UK ma anche la nostra cosiddetta Seconda Repubblica, hanno una pesante responsabilità. Per via dell’appoggio incondizionato a Israele che ha portato da una parte ad una politica di isolamento dell’Iran raddoppiata da una politica d’ingerenza.
Non c’era niente di meglio da fare se si volevano consolidare quelle incrostazioni.
Una piccola testimonianza. Ho lavorato a lungo a Istanbul, tra il 2000 e il 2001, quindi non molti anni fa, e una delle persone con cui collaboravo quotidianamente, tanto da diventare presto amici, era un iraniano venuto a studiare e poi a lavorare in Turchia proprio perché il regime degli ayatollah gli stava stretto. Eppure nemmeno lui perdonava i mujaheddin (cioè i rivoluzionari di sinistra scacciati dall’Iran per via di una feroce repressione dopo il “colpo di stato” di Khomeini interno alla rivoluzione) di essersi alleati con Saddam Hussein, durante la sua sanguinosa aggressione, per scalzare il regime degli ayatollah. E mi diceva che questo era il sentimento generale della borghesia iraniana anche liberale.
Non siamo nel 1917 alle soglie di una rivoluzione proletaria iraniana. Non siamo nemmeno nel 1789 alle soglie di una rivoluzione contro il feudalesimo. Siamo nel 2009 in piena crisi sistemica del ciclo egemonico statunitense.
Andare in questa congiuntura a rivendicare per terzi “diritti”, “libertà” e “democrazia” tout court, ovvero come se fossero concetti assoluti (una concezione direttamente antimarxista), vuole sempre dire essere ai confini con l’esportazione della democrazia a cui ci ha abituato Bush. Bisogna esserne coscienti.
Ma ne siamo coscienti? Ho già sentito giudizi dubbi da parte di alcuni esponenti della “sinistra antagonista” su Chavez. Il problema è che la sinistra sta ormai metabolizzando le stesse categorie e la stessa propaganda degli imperialisti. E’ una questione sociale e culturale: a furia di assolutizzare i concetti di “diritto”, “libertà” e “democrazia”, è naturale che li si voglia imporre a quei “poveretti” che ne sono privi. Ecco come nascono le ingerenze.
4. Vorrei a questo punto sapere, come esperimento mentale, cosa avrebbe frenato quella sinistra che ieri ha contestato Gheddafi e che oggi contesta Ahmadinejad ad unirsi agli esuli anticastristi e ai mafiosi cubani per contestare Che Guevara quando, delegato all’ONU nel 1964, affermò: “Dobbiamo ripetere qui una verità che abbiamo sempre detto davanti a tutto il mondo: fucilazioni; sì, abbiamo fucilato; fuciliamo e continueremo a fucilare finché sarà necessario”.
E’ un esperimento mentale utile. Bisogna dare delle risposte a queste domande. Non possono rimanere in sospeso, per quanto dure che possano essere (e lo sono, sotto ogni angolazione).
“Non ci avrebbe frenato nulla” può essere una risposta coerente. Poco bella, discutibile, ma certo non può essere tacciata di incoerenza. E la risposta non può essere motivata con la coscienza che Guevara aveva di sé come comunista. Perché allora bisognerebbe chiedersi cosa ha portato storicamente la coscienza di sé del movimento comunista internazionale nella realtà (anche Stalin era convintissimo di essere comunista). Io non ho la risposta pronta e assoluta, ma sono convinto che qualche parametro interpretativo che non sia mitologico, estetico o religioso bisogna pur cercare di trovarlo.
Se uno utilizza invece parametri mitologici, estetici e religiosi, come la “libertà assoluta” o la “democrazia assoluta”, ha tutto il diritto di farlo. Deve però sapere che tutto ciò non ha niente a che fare né col marxismo, né col comunismo. Deve sapere che questa è la concezione classica “borghese”. Che con questa concezione, solo per rimanere nell’attualità o nella storia recente, si è aggredito il Vietnam, si è fatto il golpe in Cile, si è bombardata la Serbia (contro “Hitlerovich”, ve lo ricordate?), si è massacrato e poi invaso l’Iraq (contro il “nuovo Hitler” Saddam Hussein, ve lo ricordate?) e si è minacciato in continuazione l’Iran (contro il “nuovo Hitler” Ahmadinejad, ultimo grido). Il novello Hitler, che assieme al presidente della Bolivia, Evo Morales (un altro contestato come “dittatore” dalla classe media foraggiata dagli USA) e a quello del Venezuela, Hugo Chavez (ormai “dittatore” da un bel pezzo per la classe media locale), avrebbe deciso, così viene detto letteralmente, di “destabilizzare il mondo”, perché i tre non mollano le loro risorse energetiche alle multinazionali petrolifere, e quindi boicottano il libero mercato, e perché Morales e Chavez vorrebbero rifornire di uranio l’Iran per il suo programma nucleare (orrore denunciato dallo stato canaglia atomico per antonomasia, Israele, che però ci viene detto che sia l’unica democrazia mediorientale). Vedete in quanti modi si possono declinare le parole “libertà” e “democrazia”?
E allora, facciamo un altro esperimento mentale: ce la sentiamo di andare a protestare sotto l’ambasciata boliviana e quella venezuelana? O magari sotto quella brasiliana perché il presidente Lula (sì, proprio quello di Porto Alegre) ha riconosciuto l’elezione di Ahmadinejad?

4. Ripeto, invece, che per l’Iran la cosa migliore da fare è chiedere la fine di ogni ingerenza esterna e la fine del suo isolamento. Il contrario, a quanto pare, di quel che sta facendo la sinistra radicale (lasciamo perdere l’altra).
Solo così si “aiuteranno” quei cambiamenti fisiologici che altrimenti rischiano di fare esplodere, e magari in un bagno di sangue, quel Paese.
Per far questo però bisogna: a) aver chiaro qual’è la posta in gioco in questa crisi; b) smettere di pensarla come la “crisi del capitalismo mondiale” o, in subordine, la “crisi del neo-liberismo”; c) smetterla di pensare che quindi la contraddizione principale sarà quella tra capitale e lavoro o suoi derivati (tra un Impero e le Moltitudini Desideranti, o tra il Potere e la Libertà, o tra l’Oppressione e la Democrazia, eccetera, eccetera).
Ma non è finita, bisogna anche affrancarsi dalla sudditanza agli USA e al suo capo mandamento in Medio Oriente, Israele.
Senza estremismi (del tipo “distruggiamo Israele e gli USA”, “distruggiamo il capitalismo”, “a morte i borghesi”), con diplomazia e giocando bene le carte che questa crisi mette a disposizione.
Questa, fatta la debita traduzione, dovrebbe essere anche la “linea” da tenere all’interno. Ma qui si apre un discorso lunghissimo.
L’alternativa? La scomparsa totale della “sinistra antagonista” coi suoi residui che o saranno indistinguibili dagli odierni Radicali (specialmente sulle questioni internazionali), oppure si daranno alla disperazione, o si ritroveranno di tanto in tanto in circoli d’opinione frequentati da professori ultracinquantenni, operatori sociali, qualche intellettuale nostalgico, qualche sindacalista non passato alla Lega, qualche artista bohemienne e qualche “disubbidiente”.
Armageddon?
I travisamenti occidentali
di fronte alla realtà iraniana
George Friedman* - Stratfor - 15 giugno 2009
Traduzione di Daniele Scalea
E' stato pubblicato sulla rivista Eurasia.
Grazie alla lista Apriti Sesamo
Nel 1979, quando ancora eravamo giovani e sognatori, in Iràn ebbe luogo una rivoluzione. Quando chiesi agli esperti cosa sarebbe successo, si divisero in due campi.
Il primo gruppo d'iranisti sosteneva che lo Scià ne sarebbe senz'altro uscito indenne: i disordini non erano altro che un evento ciclico agevolmente gestibile dalla sua polizia, ed il popolo iraniano sosteneva compatto il programma di modernizzazione promosso dalla monarchia. Questi esperti avevano maturato la loro previsione parlando con gli stessi funzionari e affaristi iraniani con cui colloquiavano da anni: potenti persiani cresciuti nell'opulenza sotto lo Scià e che parlavano inglese, dato che di frequente gl'iranisti non parlavano il farsi molto bene.
Il secondo gruppo d'esperti considerava lo Scià un tiranno oppressore, e attribuiva alla rivoluzione l'intento di liberalizzare il paese. Le loro fonti erano professionisti e accademici sostenitori dell'insurrezione: persiani che conoscevano le idee della guida suprema ayatollah Ruholla Khomeini, ma non credevano avesse molto seguito nel popolo. Pensavano che la rivoluzione avrebbe aumentato i diritti umani e la libertà. Gli esperti di questo gruppo parlavano il farsi ancor meno di quelli del primo.
Sentimenti fraintesi in Iràn
Limitandosi alle informazioni che giungevano dagli oppositori anglofoni del regime, entrambi i gruppi d'iranisti avevano maturato una visione erronea degli esiti della rivoluzione: la rivoluzione iraniana, infatti, non era portata avanti dalla gente che parlava l'inglese. Era fatta dai mercanti dei bazar cittadini, dai contadini, dai chierici: persone che non parlavano agli Statunitensi, non conoscendone la lingua. Questa gente dubitava dei pregi della modernizzazione, e non era per niente certa di quelli del liberalismo; ma fin dalla nascita coltivava le virtù musulmane ed era convinta che lo Stato iraniano dovesse essere uno Stato islamico.
Europei e Statunitensi stanno male interpretando l'Iràn da 30 anni. Anche dopo la caduta dello Scià, è sopravvissuto il mito d'un movimento massiccio di popolo che guarderebbe alla liberalizzazione: un movimento che, se incoraggiato dall'Occidente, riuscirebbe alfine a formare una maggioranza e governare il paese. Noi definiamo questo punto di vista “liberalismo iPod”;: l'idea che chiunque ascolti rock 'n' roll su un iPod, tenga un blog e sappia cosa significhi “Twitter” debba essere un entusiasta sostenitore del liberalismo occidentale. Ancor più significativo che questa corrente non sia riuscita a capire che i possessori di iPod sono una ristretta minoranza in Iràn, un paese povero, religioso e complessivamente soddisfatto degli esiti della rivoluzione di trent'anni fa.
Senza dubbio c'è gente che vorrebbe liberalizzare il regime iraniano. La si può trovare tra le classi professionali di Tehran così come tra gli studenti. Molti parlano inglese, cosa che li rende accessibili a giornalisti, diplomatici e agenti segreti di passaggio. Sono loro quelli che possono parlare agli occidentali; anzi, sono loro quelli che vogliono parlare agli occidentali. E questa gente dà agli occidentali una visione assolutamente distorta dell'Iràn. Possono dare l'impressione che una fantastica liberalizzazione sia a portata di mano. Finché non si capisce che gli anglofoni possessori di iPod, in Iràn, non sono esattamente la maggioranza.
Venerdì scorso il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad è stato rieletto coi due terzi del voto. I sostenitori dei suoi rivali, dentro e fuori dall'Iràn, sono rimasti basiti. Un sondaggio dava per vincitore l'ex primo ministro Mir Hossein Mousavi. Sarebbe ovviamente interessante meditare su come si possa condurre un sondaggio in un paese dove il telefono non è universalmente diffuso, e fare una chiamata, anche dopo aver trovato un telefono, resta una scommessa. Un sondaggio, perciò, raggiungerebbe probabilmente la gente dotata di telefono che abita a Tehran e nelle altre aree urbane. Probabile che tra questi Mousavi abbia vinto. Ma fuori da Tehran e dalla gente facile da contattare, i numeri sono cambiati parecchio.
Alcuni accusano ancora Ahmadinejad di brogli. È possibile che vi siano stati, ma è difficile capire come si possa rubare un'elezione con un margine tanto ampio. Farlo avrebbe richiesto il coinvolgimento d'un numero incredibile di persone, ed avrebbe rischiato di generare numeri palesemente in disaccordo coi sentimenti prevalenti in ciascuna circoscrizione. Brogli su ampia scala implicherebbero che Ahmadinejad abbia manipolato i numeri a Tehran senza alcun riguardo per il voto. Ma ha tanti potenti nemici che l'avrebbero subito rilevato e denunciato. Mousavi insiste ancora d'essere stato frodato, e dobbiamo rimanere aperti alla possibilità che sia così, per quando sia arduo immaginare il meccanismo attraverso cui ciò sarebbe accaduto.
La popolarità di Ahmadinejad
Manca pure un punto cruciale: Ahmadinejad gode di grande popolarità. Non parla delle questioni che interessano i professionisti urbani, ossia economia e liberalizzazione; ma affronta tre problemi fondamentali che interessano il resto del paese.
Innanzi tutto, Ahmadinejad parla di religiosità. Entro ampi strati della società iraniana, è cruciale la volontà di parlare genuinamente della religione. Sebbene possa essere difficile da credere per gli Europei e gli Statunitensi, nel mondo ci sono persone per cui il progresso economico non è la cosa fondamentale; persone che vogliono mantenere la loro comunità così com'è, e vivere così come vivevano i loro antenati. Questa gente prova ripulsa per la "modernizzazione"; che venga dallo Scià o da Mousavi. Essa perdona a Ahmadinejad i suoi fallimenti economici.
In secondo luogo, Ahmadinejad affronta la corruzione. Nelle campagne è diffusa la sensazione che gli ayatollah, che hanno enorme ricchezza ed enorme potere, riflessi nel loro stile di vita, abbiano corrotto la Rivoluzione Islamica. Ahmadinejad è inviso a molti in seno all'élite religiosa, proprio perché ha sistematicamente sollevato il problema della corruzione, che risuona nel contado.
Infine, Ahmadinejad è un portavoce della sicurezza nazionale iraniana: posizione tremendamente popolare. Va sempre tenuto a mente che l'Iràn negli anni '80 combatté una guerra con l'Iràq che durò 8 anni, cagionando perdite e sofferenze inenarrabili, e di fatto conclusasi con la sua sconfitta. Gl'Iraniani, ed i poveri in particolare, hanno vissuto quella guerra ad un livello molto intimo. La combatterono in prima persona, o vi persero mariti e figli. Come succede in altri paesi, la memoria d'una guerra persa non necessariamente delegittima il regime. Semmai, può generare speranze di rinascita, così da non vanificare i sacrifici bellici: un tasto su cui batte molto Ahmadinejad. Affermando che l'Iràn non deve ridimensionarsi ma diventare una grande potenza, parla ai veterani ed alle loro famiglie, che desiderano veder emergere qualcosa di positivo da tutti i loro sacrifici in epoca bellica.
Forse il principale fattore della popolarità di Ahmadinejad è che Mousavi ha parlato per i distretti-bene di Tehran, un po' come correre per le presidenziali statunitensi facendosi portavoce di Georgetown e del Lower East Side. Questa cosa ti segna, e Mousavi ne è uscito segnato. Brogli o no, Ahmadinejad ha vinto e pure di tanto. Che abbia vinto non è un mistero; il mistero è come gli altri potessero pensare che non avrebbe vinto.
Venerdì, per un tratto, era sembrato che Mousavi fosse in grado di scatenare un'insurrezione a Tehran. Ma il momento è passato quando le forze di sicurezza di Ahmadinejad sono intervenute sulle loro motociclette. E ciò ha lasciato l'Occidente con lo scenario peggiore: un antiliberale democraticamente eletto.
Le democrazie occidentali credono che il popolo eleggerà i liberali che tutelano i loro diritti. In realtà, il mondo è più complicato di così. Hitler è l'esempio classico di chi è giunto al potere seguendo la costituzione, e poi l'ha violata. Analogamente, la vittoria di Ahmadinejad è nel contempo il trionfo della democrazia e quello della repressione.
Il futuro: lo stesso, di più
La domanda è ora cos'avverrà in seguito. Internamente, possiamo aspettarci che Ahmadinejad consolidi le sue posizioni sotto la copertura della lotta alla corruzione. Lui vuole ripulire gli ayatollah, molti dei quali sono suoi nemici. Avrà bisogno del sostegno della guida suprema ayatollah Alì Khamenei. Quest'elezione ha fatto di Ahmadinejad un presidente potente, forse il più potente che ci sia mai stato in Iràn dalla rivoluzione. Ahmadinejad non vuole sfidare Khamenei, e la sensazione è che Khamenei non vorrà sfidare Ahmadinejad. Si profila un matrimonio obbligato, che forse metterà in una posizione difficile molti altri capi religiosi.
Di certo le speranze che la nuova dirigenza politica ridimensionasse il programma nucleare iraniano sono state annullate. Il campione di quel programma ha vinto, in parte proprio perché se n'è fatto paladino. Riteniamo l'Iràn ancora lontano dallo sviluppare un'arma nucleare utilizzabile, ma di certo la speranze dell'amministrazione Obama che Ahmadinejad sarebbe stato rimpiazzato o quanto meno indebolito e ridotto a più miti ragioni, sono state infrante. È interessante che Ahmadinejad abbia inviato congratulazioni al presidente Barack Obama il giorno della sua investitura. Ci aspetteremmo che Obama ricambi la cortesia, vista la sua politica d'apertura, che il vice-presidente Joe Biden pare aver affermato, assumendo che parlasse per conto di Obama. Non appena la questione dei brogli si sarà risolta, avremo un'idea migliore se la politica di Obama proseguirà (e crediamo che sarà così).
Ora abbiamo due presidenti in posizione politicamente sicura, cosa che normalmente garantisce buone basi per negoziati. Il problema è che non si capisce su cosa gl'Iraniani siano pronti a negoziati, né quali concessioni gli Statunitensi siano disposti a dare agl'Iraniani per indurli a negoziare. L'Iràn vuole maggiore influenza in Iràq ed il riconoscimento del suo ruolo di maggiore potenza regionale, cose che gli Stati Uniti non vogliono concedergli. Gli USA vogliono la fine del programma nucleare iraniano, cosa che l'Iràn non vuole accettare.
A prima vista, questo sembrerebbe aprire le porte ad un attacco contro le installazioni nucleari iraniane. L'ex presidente George W. Bush non ebbe alcuna voglia di condurre un simile attacco, né l'ha ora Obama. Entrambi i presidenti hanno impedito agl'Israeliani d'attaccare, posto che quest'ultimi abbiano mai voluto farlo davvero.
Per ora, le elezioni sembrano aver congelato lo status quo. Né Stati Uniti né Iran sembrano pronti a mosse significative, e non vi sono terze parti che vogliano farsi coinvolgere nella questione, eccettuate le occasionali missioni diplomatiche europee o le minacce russe di vendere qualcosa all'Iràn. Alla fin fine, ciò dimostra quel che sappiamo da molto: il gioco è bloccato sul posto, e va avanti.
*George Friedman è direttore di Stratfor
L’Iran inatteso da Mazzetta
Feb 14, 2009 - John Robertson - clik sul banner per l'originale dell'articolo.
In uno scritto recente, Grant Smith ha criticato duramente, e molto appropriatamente, il Presidente Barack Obama clik per una omissione - o forse, un'astuzia – quando la venerabile Helen Thomas gli ha fatto una domanda durante la grande conferenza stampa del lunedì sera. (Obama effettivamente considera quella serata come la più importante, invitato, con un sorriso ha detto che si è trattato della sua “inaugurazione”. Lei è la decana dei corrispondenti dalla Casa Bianca, ed è ben nota per le sue domande forti e per il suo incalzare e sollecitare.) Ms Thomas gli ha chiesto: Signor Presidente, è a conoscenza di un qualche paese del medio oriente che possiede armi nucleari? (questo, naturalmente, dopo un lungo soliloquio di Obama sulla volontà Iraniana di dotarsi di armi nucleari – volontà che il governo Iraniano nega.)
L'ovvia risposta – l'enorme gorilla nella stanza – era, “Sì, Helen, certo – Israele.” Israele non l'ha mai ammesso apertamente, ma come scrive Smith, Jimmy Carter (che era certamente nella posizione per sapere) ha detto solo qualche mese fa che Israele possiede un arsenale di almeno 150 testate nucleari clik (senza contare la più potente forza militare del medio oriente, in gran parte grazie agli Americani che pagano le tasse). Ma siccome Israele non ha mai detto di possederle, gli USA hanno preferito ignorarle, almeno nella discussione pubblica. Tutto molto sciocco, se non fosse per la disonestà manifesta. E come ancora scrive Smith, Obama (così come una lunga serie di Presidenti suoi predecessori) plausibilmente si pone in violazione dell'emendamento Symington del 1976, il quale, scrive Smith,
proibisce la gran parte dell'aiuto all'estero dagli USA verso tutti i paesi con impianti di arricchimento o tecnologia nucleare senza un controllo internazionale. Israele non ha mai firmato il Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP) clik. Se i Presidenti degli Stati Uniti si adeguassero agli obblighi dell'emendamento Symington, non drenerebbero ogni anno verso Israele sussidi per bilioni di dollari. Il credo dei Presidenti è che le armi nucleari non esistono, così che il Congresso possa continuare a beneficiare Israele in maniera preponderante sul budget per gli aiuti all'estero.
Forse il Presidente non era pronto per la domanda. Forse ha avuto la sensazione che la Thomas volesse metterlo nell'angolo con quell'enorme gorilla – sospetto che lo abbia fatto – e ha rifiutato di rispondere alla domanda perchè onestamente non voleva avere a che fare con il suo incalzare – come ha provato a fare (era abbastanza ascoltabile, al di là della mia incredulità mormorante mentre osservavo la scena in diretta). O forse Obama non considera Israele un paese medio orientale. Evidentemente non lo fa il Pentagono. Il Dipartimento della Difesa considera tutti i paesi medio orientali sotto il raggio d'azione della CENTCOM, eccetto Israele, incluso nel raggio d'azione dell'European Command (CENTCOM - EUCOM clik)
Ma il punto fondamentale della faccenda è che Israele possiede veramente un arsenale nucleare. A questo aggiungiamo le seguenti considerazioni:
- alcuni commentatori hanno invocato l'uso di “armi nucleari mirate” per eliminare le installazioni nucleari Iraniane
- Israele ha una storia di attacchi aerei per distruggere le installazioni in altri paesi (pensiamo alla distruzione del reattore Osirak in Iraq nel 1981 – applaudito dagli USA – o la distruzione l'anno scorso di una probabile installazione nucleare in Siria);
- Le ultime elezioni in Israele porteranno verosimilmente al potere un governo di destra estrema, con alla guida un Primo Ministro che ha strillato a lungo contro le pretese intenzioni Iraniane di infliggere un secondo olocausto al popolo ebreo, e sulla necessità di intraprendere delle azioni per prevenirlo;
- Israele (a differenza dell'Iran) non ha mai firmato il Trattato di Non Proliferazione Nucleare;
- L'Iran da molti anni è costretto tra potenti forze USA ad ovest (in Iraq), e con il più potente degli alleati militari USA (Israele) appena all'orizzonte; ad est (Afghanistan); e a sud (le basi militari e le forze navali USA nel Golfo Persico) – e la presenza militare USA in Afghanistan sta salendo a livelli mai raggiunti, ed è verosimile che resti così per anni;
negli ultimi 8 anni (almeno) gli USA hanno intonato una litania sulla necessità di un “cambio di regime” in Iran (dove, è stato detto, sarebbero andati “veri uomini” una volta finito il lavoro in Iraq)
Bene, colleghiamo i punti. Può darsi noi si debba invitare Helen Thomas a confrontarsi con Mr Obama con un'altra domanda – in effetti, una di queste due:
Signor Presidente, quale paese o quali paesi hanno contribuito in maniera preponderante a destabilizzare il medio oriente?
Signor Presidente, quale paese o quali paesi saranno l'ago della bilancia nel destabilizzare il Medio Oriente nei prossimi anni?
Ho speranza che il nostro Presidente pensi a lungo e profondamente alla risposta corretta – e questa volta, non svicoli la domanda.
John Robertson è professore di Storia del medio oriente alla Central Michigan University e ha un suo blog: Chippshots.
Aggiungo questo mio vecchio post su TNP, Iran e Israele clik
Questo mio post su Mordechai Vanunu clik
Questo documento era sul sito del Bollettino degli Atomic Scientists clik, poi è svampito. Ho iniziato (malamente) a tradurlo. E' la cronologia precisa della scalata nucleare Israeliana e dei – deboli – tentativi di varie Presidenze USA per arginarla. clik
Non è che non ci abbia pensato, anzi. L’ho dovuta rimasticare un po’, l’impressione che ha riportato Reza dall’Iran. Non ci andava da 4 anni, e l’amarezza che si è riportato a Roma è tutta in questo suo post clik
L’ha trovato impoverito, irrigidito e per niente in buona salute. Più di quanto diagnosticabile ad una roccaforte assediata, vorrei dire io, ma continuo a rimasticare.
Reza ha un modo di scrivere affascinante e mi sembra di vederlo mentre si racconta. Anche piccoli episodi, che visti con “occhio occidentale” sono cosa scontata, per contro mi danno dolorosamente il segno di quello che era - e potrebbe essere - una grande, ricca e colta repubblica a guida Islamica(*):
“Di fronte alla casa di mia sorella a Tehran vi è un' auto salone pieno di belle macchine, stavo li aspettando proprio lei, è arrivata una bella mercedes nuova di zecca, è sceso un uomo grasso con tanto di barba, già dal tipo avevo capito che doveva essere uno "intimo" (è il termine che si usa in Iran da parte dello stablischment islamica per indicare gli individui fidati del sistema) che molto probabilmente fa il businessman, infatti era cosi, come è sceso dalla macchina il suo cellulare ha squillato e lui ha risposto usando solamente termini finanziari, ben alti si intende e di queste chiamate né ha ricevute tre prima che li portassero la sua auto, si perché al signore la mercedes non era piaciuto, aveva già una fuoristrada che in Iran costa sicuramente più della casa di mia madre.
Tutto ciò in sé entra nella normalità della vita, io ho una macchina normalissima qui a Roma ma nel quartiere dove vivo girano frequentemente le Ferrari e non dico nemmeno che anche io , sfruttando bene le opportunità che la vita mi ha presentato, avrei potuto averné una, no, questo non lo dico perché so che avere una famiglia ricca alle spalle vale espesso più delle opportunità che si possono avere ed sfruttare nella vita ma, in Iran si parla dell'Islam e della società islamica e io so che l'Islam (sia come regole morali che in pratica giuridica, indi come l'etica) non consente nessuna neutralità individuale e sociale, nonché governativa e statale, di fronte alla povertà dei membri della società islamica.
Quando mia sorella finalmente è uscita di casa e mi ha raggiunto, le ho raccontato ciò che avevo visto e le ho detto che volevo andare a fare una domanda a quel singore con il rosario in una mano e il cellulare nell'altra proprio perché è visibilmente uno degli "intimi" di questa sistema, mia sorella mi ha chiesto ; "cosa li vorresti dire ?" le ho detto che vorrei chiederli se il suo status di vita è in regola con le regole dell'Islam mentre nel raggio di
credo che un parallelo ambientato da Noantri potrebbe essere stupirsi perché un politico dell’UDC sprizza soldi da tutti i pori.
Mi dispiace, sinceramente. Il Compagno Josip a questo punto avrebbe sicuramente rinvigorito lo spirito rivoluzionario con una bella purgona. Oddio non me lo scordo il fattore “Quarto K”, ma questo Mahmud, quest’ometto un po’ così ha scritto una lettera a mio avviso meravigliosa, una roba che a me m’ha acchiappato in maniera oscena clik
Sono convinta che ha vacillato anche
Comunque. Allo stesso tempo non mi stupisce che l’Iran non sia “l’ultima casa accogliente”, come quella di Elrond. Un Impero difende sé stesso e nessun impero campa di buone intenzioni, a meno che non ci siano di mezzo gli Hobbit, ecco.
Probabilmente tutti i popoli estinti erano buonissimi. Tanto buonini.
Tra l’altro se esistessero il Bene e il Male assoluti sarebbe fantastico. Non si dovrebbe faticare per dare cronologia ad azioni e reazioni, per contestualizzare, per sforzarsi di capire. Se esistessero, io sarei fissa sull’osservatorio con Rigel ad aspettare i mostri di Vega, che probabilmente avrebbero un’espressione un po’ così clik
Da qualche parte tra i commenti di Miguel (clik) ho riletto che “se è vero che non tutti i musulmani sono terroristi, tutti i terroristi sono musulmani”.
A me una cosa più di tutte mi raccapriccia di quello che traspare da queste frasi pronte all'uso: quello che non si conosce semplicemente non esiste.
(*)(non apro parentesi [uh l’ho aperta] sul perché da atea io trovi positivo un governo a guida Islamica, però così è. Sicchè, a scanso di equivoci e in brutale sintesi: tra democrazia parlamentare e teocrazia islamica, scelgo come Quelo la seconda che ho detto. {Se invece la scelta fosse tra guida islamica e ferrea dittatura alla Sankarà, non esiterei ad inchinarmi a sua maestà l’Imperatore} ma l’ultima riflessione era per aprire anche la graffa e linkare un vecchio post sul Burkina Faso, clik)


ElBaradei: Il Trattato di non Proliferazione (Nucleare) cade a pezzi perchè i giovanotti continuano a fare affidamento sulle armi nucleari.

Trascritto dal CASMII (Campagna Contro le Sanzioni e l’Intervento Militare in Iran)
4 Giugno 2007 – Clik sul banner per l’originale dell’articolo
L’8 maggio 2007, il Dott. Mohamed ElBaradei, capo dei controllori ONU per il nucleare, ha rilasciato una rara intervista alla BBC sull’attività dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. A dispetto del valore cruciale di quanto da lui detto, nel delineare le ragioni per cui non viviamo in un mondo sicuro, l’intervista è stata trasmessa solo dopo circa un mese e molti punti sono stati largamente omessi dalla BBC stessa e da altre fonti di informazione.
In questa intervista, il reporter della BBC Rob Broomby parla con il Dott. ElBaradei del programma nucleare Iraniano e dello stato del Trattato di Non Proliferazione Nucleare. Il capo dell’IAEA biasima gli stati dotati di armi nucleari per non aver adempiuto gli impegni di disarmo previsti dal TNP aspettandosi allo stesso tempo che gli stati non in possesso di armi nucleari accettino ispezioni aggiuntive in loco. Spiega inoltre il collegamento diretto tra non proliferazione e senso di sicurezza e come “i nuovi pazzi” di Washington abbiano contribuito ad indebolire il TNP, con il “due pesi e due misure” e l’invocare un intervento militare.
AIEA (Agenzia Internazionale per Energia Atomica) vista da vicino: un anno con i detectives nucleari sarà trasmesso dalla BBC Radio 4 2000 BST il 7 giugno 2007
Rob Broomby: Alla fine della storia, un anno di vita dell’agenzia molto eccitante e traumatico, lei cosa pensa stia succedendo, con particolare riguardo alla storia dell’Iran e alla crisi con l’Iran. Siamo vicini ad una soluzione secondo lei?
Mohamed ElBaradei: dipende, io penso che potremmo essere molto vicini ad una soluzione, per 2 ragioni: la gente, io credo, col passare del tempo sta cominciano a realizzare che l’unico modo per risolvere la questione è provare a sedersi intorno ad un tavolo di negoziato e trovare la soluzione. Sta diventando sempre più chiaro che la cosiddetta questione nucleare è parte inscindibile della intera questione di sicurezza dell’area e…
Rob Broomby: Questo non sta ancora succedendo, no?
Mohamed ElBaradei: Non sta succedendo, ma io penso, vedo molta più consapevolezza del fatto che non si risolve la questione semplicemente adottando più sanzioni o più pressioni, questi sono utili come segnali all’Iran che la comunità internazionale non è felice riguardo a certe loro attività, ma insieme a questo, c’è veramente il bisogno di avvicinarsi a loro e come il processo andrà avanti determinerà il quando noi avremo una soluzione. Non penso il problema sia se troveremo la soluzione, penso che il problema sia quando avremo la soluzione.
Rob Broomby: Lei pensa tuttavia che loro vogliano armi nucleari? Non mi è chiaro ancora se l’agenzia pensa che loro vogliano armi nucleari o no
Mohamed ElBaradei: Noi siamo, d’altra parte, neutrali su questa questione. Abbiamo detto prima che la giuria è ancora fuori da questa questione. Abbiamo visto alcuni…
Rob Broomby: Ma lei guida gli ispettori, non è il suo lavoro sapere se essi vogliono armi o no?
Mohamed ElBaradei: Questo è quello che stiamo cercando di fare. Ci sono ancora questioni in sospeso e io non giungerò a frettolose conclusioni su questo tema ne su nessun altro. Ci sono questioni direttamente collegate agli argomenti di guerra e pace e noi dobbiamo, prima di dare giuidizi, dobbiamo veramente essere certi di non emettere verdetti prima di essere assolutamente certi, abbiamo esaminato tutte le evidenze e gli Iraniani non sono ancora comunicativi riguardo ad alcune evidenze, e noi diciamo che non abbiamo visto evidenze concrete che questo sia un programma di armamento, ma d’altro canto, abbiamo ancora domande che necessitano di risposte prima di poter dire che questo è un programma esclusivamente a fini pacifici.
Rob Broomby: Ma loro non si comportano come una nazione senza niente da nascondere, intendo dire il modo in cui si comportano con i suoi ispettori, il modo in cui trattano la comunità internazionale, sembra uno stato con qualcosa da nascondere.
Mohamed ElBaradei: Bene, ognuno ha il suo modo di vedere. Essi cooperano con noi nell’implementare l’accordo di sicurezza. Ovviamente vorremmo che loro collaborassero in maniera più estesa. Perché loro hanno, come ho detto ripetutamente, hanno nascosto attività per molti anni e per noi ricostruire la storia di quei programmi richiede la loro piena collaborazione e la massima trasparenza che non abbiamo visto fino ad ora. Essi collegano la loro cooperazione ai negoziati con gli Europei e con gli Americani. Ho detto loro che devono dirci tutto riguardo alla storia del programma, se non lo farete noi non potremo dire che questo è un programma pacifico e se non saremo in grado di dire che è un programma pacifico, continuerete ad avere problemi con la comunità internazionale e probabilmente il Consiglio di Sicurezza continuerà ad adottare sanzioni. Quindi, è nell’interesse dell’Iran invertire la rotta e cooperare pienamente con l’AIEA.
Rob Broomby: Uno dei vostri stati membri, gli Stati Uniti, è assolutamente certo, l’ambasciatore Schulte lo ha detto al vostro primo incontro e non credo abbiano cambiato idea riguardo al fatto che questo è un programma di armamenti.
Mohamed ElBaradei: Bene, penso che se si guarda alla retorica o alle affermazioni che vengono da Washington e da altri posti nell’ultimo paio d’anni si nota una certa attitudine. 2 o 3 anni fa Mr. Bolton diceva che questo è assolutamente un programma nucleare, a quel tempo ho detto chiaramente che non avevamo nessuna evidenza concreta in quella direzione.
Rob Broomby: Ma perchè dovrebbero avere un programma clandestino se non fosse per gli armamenti?
Mohamed ElBaradei: Leggendo con attenzione quello che è stato detto, sia in Inghilterra, sia negli USA, dicono che gli Iraniani hanno l’ambizione di sviluppare capacità nucleare a scopi militari, l’ambizione o l’intenzione. Non c’è…
Rob Broomby: Forse inquietudine?
Mohamed ElBaradei: Se c’è l’intenzione, è molto diverso leggere le intenzioni e noi non leggiamo le intenzioni, noi guardiamo ai fatti. Il fatto che loro per anni abbiano lavorato di nascosto, la giustificazione Iraniana, non sto dicendo che sia giusta o sbagliata, l’argomentazione Iraniana è che dopo essere stati per 20 anni sotto sanzioni, non avremmo potuto avere gli impianti per l’arricchimento o le conoscenze in merito, così abbiamo lavorato in segreto. Questo è..
Rob Broomby: Ho capito quello che ha detto, sta dicendo che crede che loro avessero ambizioni di avere armi nucleari?
Mohamed ElBaradei: No, sto dicendo che loro hanno l’ambizione di sviluppare capacità di arricchimento, non c’è dubbio su questo, abbiamo detto che loro hanno bisogno, devono acquisire le abilità tecniche, le conoscenze, le capacità per arricchire l’uranio, non c’è dubbio su questo. Ma avere capacità di arricchimento e sviluppare armi sono due cose differenti. Ci sono paesi che hanno impianti di arricchimento, alcuni stati che non hanno armi nucleari, il Giappone, il Brasile,
Rob Broomby: Ma lei pensa che sia quello che vogliono?
Mohamed ElBaradei: Arricchimento, non c’è dubbio, penso che siano…
Rob Broomby: Sto parlando di armi… lei pensa…
Mohamed ElBaradei: No, come ho detto, non sono nella posizione a questo punto, di dire che loro stanno sviluppando ora un programma parallelo di armamenti. Se hanno avuto l’intenzione nel passato quando il programma è partito a metà degli anni 80, se quell’ambizione c’è ancora, ma quando parlo di programma di armamenti nucleari devo guardare strutture nucleari non dichiarate e nascoste, devo vedere materiale utilizzabile per armamenti, e non abbiamo visto niente di tutto questo. Vede, se nel profondo del loro cuore loro vogliono quello, io non posso leggere cuori, non posso leggere intenzioni. Leggo fatti reali e mi piacerebbe, penso che potremmo imparare tutti, molto attentamente, dall’esperienza Iraqena, non abbiamo bisogno di montare polveroni, abbiamo bisogno di lavorare in maniera sistematica, dando importanza ai fatti. Certamente, sia che loro abbiano l’intenzione, sia che non la abbiano, una cosa è chiara, loro non sono ad oggi un chiaro e pressante pericolo e questa non è solo la mia opinione, questa è l’opinione del MI6, questa è l’opinione della CIA. Anche se avessero l’intenzione di sviluppare un programma di armamenti nucleari, sono ancora lontani dai 5 ai 10 anni da questa impresa e questo per me significa che c’è bisogno di investire il nostro tempo nello sviluppare una globale e pacifica risoluzione sulla questione, questo significa inserire la questione nucleare in un appropriato contesto che è parte integrante dell’insicurezza globale e regionale del medio oriente.
Rob Broomby: Ma loro hanno preso in giro la comunità internazionale, incuranti sul come si è arrivati lì, hanno ignorato una intera serie di sanzioni e risoluzioni contro di loro, mh… questo è un problema, no? Un paese che sfida la vostra autorità in qualità di agenzia e Consiglio di Sicurezza.
Mohamed ElBaradei: Loro hanno sfidato l’autorità del Consiglio di Sicurezza, e questa non è ovviamente una cosa buona, ma loro dicono questo è un nostro diritto, il Consiglio di Sicurezza ha oltrepassato i limiti, questo è qualcosa, ovviamente non è buono, ma questo avvia una serie di questioni, come il Consiglio di Sicurezza possa gestire le questioni della Non Proliferazione..
Rob Broomby: Che cosa gli dirà, perchè lei gli parlerà a breve se l’arricchimento continuerà?
Mohamed ElBaradei: Penso che se niente di inaspettato succederà nelle prossime due settimane, riporterò il fatto, cioè che loro stanno continuando il loro programma di arricchimento. Non credo che gli Iraniani stiano mantenendo nessun segreto a riguardo. E’ un problema il fatto che siamo su un sentiero di confronto. Il Consiglio di Sicurezza sta dicendo una cosa e gli Iraniani ne dicono un’altra e come ho detto, è necessario estendere il confronto, perché non credo che il confronto da solo, come ho detto, possa risolvere la questione. Non c’è soluzione militare a questo problema. L’uso della forza potrebbe essere catastrofico come ho detto numerose volte. Dobbiamo capire le ragioni degli Iraniani e gli Iraniani devono capire le preoccupazioni della Comunità Internazionale, e abbiamo bisogno di conciliare le differenze e trovare una strada. La questione principale ora, che sta realmente bloccando il negoziato, è la questione della sospensione. E’ diventata una questione di principio da entrambe le parti e noi dobbiamo trovare una soluzione che come ho detto, assicuri che nessuno perda la faccia. Io penso che nessuno voglia che l’Iran perda la faccia e ovviamente la comunità internazionale non vuole compromettere la sua posizione…
Rob Broomby: Lasciando da parte la diplomazia, mi piacerebbe farle una domanda riguardo a cosa c’è in campo al momento. Ci sono rapporti che danno a 3000 il numero di centrifughe, è corretto?
Mohamed ElBaradei: No, potrebbero forse in pochi mesi, in un paio di mesi potrebbero essere a 3.000, ma comunque 3.000 non è un numero magico. Voglio dire, dipende quando si parla di scala industriale.. questo fa parte del problema, spiegare come…
Rob Broomby:
Mohamed ElBaradei: Sì, potrebbero essere qualche centinaio in più per la fine dell’anno. Comunque, quando si parla di scala industriale, e se si necessita di abbastanza centrifughe, per esempio per alimentare un reattore, si ha bisogno di 54.000 centrifughe. Così 3.000, se si parla di processo di arricchimento per usi pacifici, sono molto molto lontane dalla capacità industriale
Rob Broomby: Lei sa che l’ambasciatore USA Schulte fece un discorso la scorsa settimana dicendo che in un anno con 3.000 centrifughe si ottiene abbastanza uranio per una bomba nucleare.
Mohamed ElBaradei: Sì, ma questo richiederebbe anche che loro uscissero dal TNP, perchè fin che sono sotto il controllo dell’AIEA non saranno in grado di aumentare l’arricchimento dal 5% al 90%. Bisogna supporre… questo è quello che ho detto fino ad ora, quando lei parla dell’Iran di oggi, lei parla di stime di rischio futuro. Questo è lo scenario che si presenterebbe se l’Iran avesse 3000 centrifughe, se l’Iran uscisse dal TNP, se loro volessero sviluppare armi nucleari, se loro volessero perseguire una politica aggressiva nel medio oriente…
Rob Broomby: Ma questa è una paura reale, loro potrebbero intrattenervi a parlare e dopo potrebbe esserci una crisi proprio quando loro sono quasi pronti
Mohamed ElBaradei: Bene, se c’è una crisi, come ho detto ci vorrebbe un anno, e questo scenario di crisi potrebbe aprirsi con l’Iran, potrebbe però succedere con qualsiasi altro paese, è successo con
Rob Broomby: Lei pensa che le sanzioni stiano facendo effetto, lei che è sempre stato critico rispetto a questa via, pensa che le sanzioni da sole stiano dando frutto, stiano lavorando, stanno portando a una soluzione?
Mohamed ElBaradei: Beh, di nuovo, ci sono diverse opinioni. Io penso che le sanzioni possano lavorare in termini di riorganizzazione a livello di politica interna, ma non ho visto cambiamenti nel consenso nazionale in Iran..
Rob Broomby: Ci sono alcuni che pensano che non ci saranno altri passi avanti, infatti l’ultimo buon affare risale a 3 anni fa
Mohamed ElBaradei: Bene, il consenso in Iran, dobbiamo capire che loro hanno bisogno di aquisire l’arricchimento dell’uranio perchè in fin dei conti è la strada per il potere, il prestigio e l’influenza e sfortunatamente non hanno torto. Tutti i paesi che effettuano l’arricchimento sono quelli che hanno maggior importanza e influenza sul mondo. Dobbiamo rompere questo circolo vizioso, la connessione tra arricchimento e deterrenza. Ci sono molti paesi che stanno pensando: bene, se ho gli strumenti per fare l’arricchimento probabilmente starò bene economicamente, ma in definitiva è buono anche poter mostrare ai miei vicini che ho gli strumenti per sviluppare armi nucleari nel raggio di tempo di un anno.
Rob Broomby: Ma questo è preoccupante. Non si tratterebbe di un programma civile. Sarebbe un fattore di preoccupazione se questa fosse la strategia dell’Iran.
Mohamed ElBaradei: E’ un fattore di preoccupazione per l’Iran, è un fattore di preoccupazione per qualsiasi altro paese. Il fatto di avere la capacità come hanno è un diritto garantito dal Trattato di Non Proliferazione, di arricchire l’uranio o riprocessare il plutonio. Il fatto che qualsiasi paese ha il diritto di avere la sua industria di arricchimento significa che i margini di sicurezza che abbiamo sono esigui perché la percezione di sicurezza può cambiare in una notte e se si guarda l’asia orientale, se si guarda
Rob Broomby: Adesso la grossa missione per lei e per quelli con cui sta trattando è che entrambe le parti si impegnino, c’è questo complicato balletto e lei può fare in modo che le due parti si parlino tra loro. Un suggerimento che lei ha dato è stato di avere un periodo di “raffreddamento” in cui le sanzioni cadono e l’arricchimento si ferma, un time-out come l’ha chiamato. Molta gente ha detto che il Dr. El Baradei facendo così va oltre i suoi compiti, equiparando il crimine alla punizione.
Mohamed ElBaradei: Oh, non credo di avere nessun incarico. Ho un compito in qualità di servitore civile internazionale. In qualità di persona che è responsabile dell’organizzazione, come ha detto Tony Blair recentemente e altri, come custode del regime di non proliferazione. Non voglio che questo regime venga meno.
Rob Broomby: Quelle sanzioni furono adottate perchè le regole sono state infrante, e lei chiede a entrambe le parti di fermarsi insieme.
Mohamed ElBaradei: Infatti questo è parte della risoluzione del Consiglio di Sicurezza, quindi non sto facendo niente di nuovo. La risoluzione del Consiglio di Sicurezza che impone le sanzioni dice che se l’Iran sospende, noi siamo pronti a sospendere. La risoluzione stessa ha questa clausola di sospensione incorporata. Quello che sto cercando di fare, è sviluppare con le parti in causa la sequenza, metterla in pratica. Francamente credo che fare i moralisti, decidere chi ha ragione chi ha torto, chi è il criminale chi è la polizia, questo è buono se si sta scrivendo una dissertazione accademica, ma quello che mi preoccupa ora è evitare un confronto o una guerra, noi ancora…
Rob Broomby: Questa è tuttora una preoccupazone reale per lei?
Mohamed ElBaradei: E’ altamente improbabile, e io spero che sia altamente improbabile, ma non voglio vederlo succedere. Penso che anche l’Iraq era altamente improbabile e abbiamo ora 700.000 persone che sono morte. Quando mi sveglio ogni mattina e vedo centinaia di Iraqeni, civili innocenti che muoiono io veramente, non ho nessuna simpatia per chi dice che sto lavorando sotto incarico. Non ho incarico diverso dal fare in modo che non si entri in guerra, o che si impazzisca uccidendosi l’un l’altro.
Rob Broomby: Ma quando lei incontra per esempio persone da Washington o altre potenze occidentali, e loro dicono che questo è davvero importante, lei ha l’impressione che questo sia ancora in agenda?
Mohamed ElBaradei: Questo cosa?
Rob Broomby: Bombardare.
Mohamed ElBaradei: Non credo questo, voglio dire tutto quello che ho sentito da tutte le parti in causa ai più alti livelli è che tutti sono improntati ad una soluzione pacifica. Ma io posso garantire questo? Non posso ed è per questo che dico che voglio evitare che si arrivi ad un confronto ad un punto in cui non ci sono altre opzioni. Non voglio dare argomenti aggiuntivi ai “nuovi pazzi” che vogliono farci andare a bombardare l’Iran.
Rob Broomby: Chi sono i “nuovi pazzi”? Di chi stiamo parlando?
Mohamed ElBaradei: Beh, sto parlando di quelle persone estremiste che hanno una visione estrema e considerano l’unica soluzione imporre il loro volere con la forza
Rob Broomby: Sta parlando dei membri del regime USA? Perché il governo USA ha detto cose di questo genere non molto tempo fa
Mohamed ElBaradei: Bene, non sono d’accordo, non ero d’accordo prima e sfortunatamente di nuovo ci troviamo a pensare all’esperienza terrificante dell’Iraq per mostrare i limiti del potere. Il mondo è diventato troppo complesso, troppo complicato e non si può imporre il proprio volere semplicemente usando la forza. Bisogna veramente capire le persone in base alla loro origine, bisogna comprendere le cause di fondo e bisogna adottare un approccio pragmatico. Bisogna analizzare le differenze e ricomporle
Rob Broomby: Sì voglio solo chiederle ancora una volta se lei ha chiamato George Bush o l’ambasciatore Schulte o qualsiasi altra persona USA della cui fermezza abbiamo parlato, “un pazzo”?
Mohamed ElBaradei: No, no, assolutamente no. Non ho parlato di nessuna di queste persone. Le persone possono essere risolute, io sono risoluto, quando tratto con l’Iran o qualsiasi altro paese, sono più deciso che posso, perché devono capire di avere degli obblighi legali e devono mostrare trasparenza e devono valutare le risoluzioni internazionali. Non è una questione di fermezza; è una questione di approccio. E’ il modo in cui si affrontano le cose. Si può essere fermi e pragmatici ed è quello che io penso di essere. Sono risoluto e sto provando ad usare tutti gli strumenti in mio possesso e anche di più. Ma devo anche capire cosa è possibile e cosa no.
Rob Broomby: In virtù delle sue origini egiziane capisce meglio di altri il modo di pensare dell’area? E’ questo che pensa quando incontra il genere di persone di Washington che vede questo in bianco e nero?
Mohamed ElBaradei: Non credo questo. Sinceramente ho passato la maggior parte della mia vita in occidente e non in Egitto. Ma penso che più si sta in giro e più si capisce che se si deve trattare con un paese in America Latina o in Africa o in Medio Oriente, le reazioni della gente sono le stesse. La gente ha bisogno di sentirsi sicura. Ha bisogno di mantenere il proprio orgoglio. Nessuno vuole perdere la faccia. La gente vuole sentirsi trattata onestamente.
Rob Broomby: Ho idea che quello che vogliono gli Iraniani è un insieme di cose, e che l’insieme non appare se ci concentriamo sulla questione del nucleare…
Mohamed ElBaradei: Non c’è dubbio su questo. Penso che gli Iraniani lo stiano dicendo da anni anni che vogliono un insieme di cose, la questione nucleare è solo la punta dell’iceberg. Vogliono la normalizzazione dei rapporti commerciali. Vogliono vedere ristabiliti i rapporti diplomatici. Vogliono essere riconosciuti come una potenza regionale. Fondamentalmente è una questione di competizione per il potere nel medio oriente e l’Iran non è l’unico giocatore in campo. Ci sono molti paesi arabi, gli USA, gli Stati Europei, per questo la questione è molto più complicata di quanto ho detto io. E ognuna delle parti in causa ha risorse che possono essere usate sia in positivo che in negativo. L’Iran potrebbe essere una forza stabilizzante in Iraq, in Libano, nella questione Palestinese e potrebbe quindi aiutare nella stabilizzazione della regione. Quindi la cosa molto frustrante è che entrambe le parti hanno bisogno dell’altro per costruire un Medio Oriente stabile e in pace e ora siamo ad uno stallo e non in grado di avanzare sul fronte dei negoziati. Non mi riguarda, non è una cosa di mia competenza ma molta gente sta provando a trovare una via per far sedere al tavolo dei negoziati le due parti con qualsiasi modo che permette a tutti di non perdere la faccia.
Rob Broomby: Passiamo rapidamente a parlare dello stato del TNP, lo stato del regime di non proliferazione in generale. Quando le chiesi, nel nostro primo incontro, sembrava messo maluccio. Guardando ora l’anno passato non sembra messo meglio, vero?
Mohamed ElBaradei: Non va meglio. Il regime fa acqua da tutte le parti. Oggi mentre stiamo parlando, negli ultimi 10 giorni il TNP non trova un accordo sugli argomenti in agenda. Questo da la misura dello stato dell’arte. Le ragioni sono ovvie. Viviamo in un mondo che fa affidamento sulle armi nucleari, qualsiasi paese che non si sente sicuro come l’Iran, o
Rob Broomby: Lei pensa che non siano limitati a quello?
Mohamed ElBaradei: Penso che occora vedere azioni concrete volte al disarmo nucleare. So che gli UK sono uno stato che più ha ridotto gli armamenti; ma tutti gli stati dotati di armi nucleari senza eccezioni stanno rimodernando i loro armamenti e anche solo parlarne durante una controversia può significare che le armi nucleari potrebbero essere usate. E’ mandare un messaggio al resto del mondo, se vuoi proteggerti, devi sviluppare i tuoi propri armamenti; se non vuoi armi nucleari, almeno sviluppa la capacità di arricchimento. Così viviamo sempre in un mondo che si appoggia sulle armi nucleari e quindi c’è molto cinismo tra i paesi che non possiedono armi nucleari: perché dobbiamo accettare ulteriori obblighi in termini di verifiche, in termini di controlli sul ciclo dei combustibili, mentre i paesi principali continuano ad avere mano libera nell’avere armi nucleari nel loro arsenale?
Rob Broomby: Lei pensa che rinnovare il Trident o arrivare ad una nuova generazione di bombe come qualcuno a Washington vuole fare sia in linea con il TNP? Possono questi stati farlo?
Mohamed ElBaradei: Se lei legge il TNP trova un impegno del 1970 per tutti questi paesi di muoversi verso il disarmo prima possibile; si faccia la domanda da solo; se rinnova il suo arsenale nel 21 secolo, 100 anni dopo l’impegno, possono questi 100 anni andare d’accordo con il “prima possibile”? E’ una giusta interpretazione dell’impegno a disarmare il prima possibile?
Rob Broomby: Lei sta usando le parole molto cautamente. Penso che lei stia provando a dire che non possono farlo. E’ questo?
Mohamed ElBaradei: Fondamentalmente dico che stanno lanciando il messaggio sbagliato. Non c’è dubbio su questo. Il messaggio sbagliato lanciato alla comunità internazionale. Se gli stati dotati di armi nucleari fossero veramente pronti a ridurre drasticamente i loro arsenali nucleari, le 27.000 testate da guerra che hanno, avrebbero molta più autorità morale per rivolgersi ai truffatori del mondo, a quelli che vogliono sviluppare armi nucleari. Ma fino a che diranno: fai quello che dico e non quello che faccio, continuerà ad esserci questo cinismo e gli stati che non hanno armi nucleari continueranno a pensare perché dobbiamo accettare di avere le mani legate e perché non possiamo decidere di sviluppare queste armi nel caso la nostra sicurezza fosse minacciata? Viviamo ancora in un mondo in cui la sicurezza di alcuni popoli è più importante di quella di altri. Dobbiamo vivere sotto un ombrello nucleare mentre gli altri stanno in balia degli elementi e questo non è sostenibile.
Rob Broomby: Le chiedo brevemente circa la carriera perchè so che il suo tempo è prezioso. Poche settimane fa infatti c’erano molte speranze sul fatto che
Mohamed ElBaradei: Non sono sicuro. Sono ottimista per quanto riguarda
Rob Broomby: Qualcosa dei loro affari bloccati?
Mohamed ElBaradei: Sì. E’ complicato a causa delle procedure legali degli USA e di altri posti e della Cina. Io spero ancora e tutti stiamo lavorando duro per assicurare che queste risorse siano concesse. Infatti le risorse sono state concesse ma
Rob Broomby: Siamo più in pericolo di annichilimento nucleare o di una qualche sorta di esplosione nucleare ora di quanto lo eravamo durante la guerra fredda?
Mohamed ElBaradei: Il Bulletin degli scienziati atomici, loro hanno questo famoso orologio del giudizio universale e hanno mosso le lancette dell’orologio a 2 minuti prima di mezzanotte ed è dal 1945 che la lancetta non è così vicina alla mezzanotte. In loro giudizio, siamo molto più in pericolo che mai e io lo capisco.
Rob Broomby: Lei condivide questa descrizione?
Mohamed ElBaradei: Condivido l’idea che siamo in una situazione più pericolosa e complessa a causa di tutti i nuovi avvenimenti degli ultimi anni causati dal traffico illecito di materiali nucleari, come non è mai stato, dai terroristi all’accanita ricerca di armi nucleari, dagli stati che attuano programmi nucleari non dichiarati. La tecnologia è allo scoperto e il senso di insicurezza è maggiore che mai. Le regole del gioco non sono veramente chiare. Durante la guerra fredda c’erano chiare regole del gioco. Queste sono state sostituite vorrei dire da un caos diffuso. Se mette insieme tutto questo, sì credo che siamo in una situazione più pericolosa. Non necessariamente gli USA contro
Rob Broomby: Quando ho iniziato questo progetto, lei ne veniva da un imponente fuoco di sbarramento da Washington. John Bolton diceva chiaramente di non essere felice della sua leadership; Donald Rumsfeld era ancora sulla scena; Ora non ci sono più nessuno dei due e lei è ancora nel suo ufficio. Si sente vendicato?
Mohamed ElBaradei: Penso di avere più responsabilità di quanta ne hanno avuta loro. Quando si fa questo lavoro, non c’è nemmeno il tempo per pensare se mi sento vendicato o no. Quello che veramente vuoi tenere presente è di voler fare un buon lavoro; e fare un buon lavoro significa che quando me ne andrò voglio che ci sia un sistema di sicurezza che ci consenta di vivere ogni giorno senza essere sotto la spada di Damocle. Che una mattina ci svegliamo e vediamo metà della nostra civiltà distrutta per un errore del computer. Questo è il motivo per cui ho detto che non presto attenzione a chi dice che stiamo andando fuori strada; Non mi curo di questo. Le critiche che sento o vedo nel chiacchierio dicono che sono morbido con l’Iran, che supporto questo o quello o quell’altro, io mi guardo allo specchio ogni mattina e mi faccio questa domanda: c’è qualcosa di più che posso fare per rendere il mondo più sicuro? E questo è il mio criterio fino a che non finirà il mio mandato.
Rob Broomby: E’ più sicuro?
Mohamed ElBaradei: Sarebbe più sicuro se facessimo molte cose che non abbiamo ancora fatto. Penso che ci sia bisogno di capacità dirigenziale, abbiamo bisogno di guidare gli stati più importanti per esempio
Rob Broomby: Dopo aver seguito per 12 mesi i suoi ispettori e tutti i suoi professionisti molto da vicino, vorrei chiederle se l’aver avuto molti contrasti ha fortificato l’agenzia o se possano averla indebolita le zuffe e tutto il resto?
Mohamed ElBaradei: Bene, credo che fortunatamente da una prospettiva angusta siamo venuti fuori con molta più credibilità. Penso che l’Iraq abbia aiutato particolarmente a stabilire la nostra credibilità, alla fine dei conti eravamo nel giusto. Penso che la gente ci ascolti con molta più attenzione ora riguardo all’Iran. Abbiamo lavorato secondo le regole pochi anni fa e abbiamo detto che non c’era nessun programma di armamenti nucleari, avete visto un passo avanti nella retorica in USA e UK circa il programma Iraniano e sono felice di sentire questo. Ma questo ci mette sulle spalle anche maggiori responsabilità. Non possiamo permetterci di fare un errore e quindi dobbiamo usare tutto ciò che è in nostro possesso per essere certi della nostra decisione, dei tempi di decisione, delle basi su cui decidere, del modo in cui esprimere la decisione è cruciale perché potrebbe avere implicazioni per la pace o per la guerra. Molta gente mi chiede come dormo la notte! Bisogna fare i conti con la tensione e bisogna convivere con la tensione. Ma alla fine quando senti di essere in grado di spingere poco alla volta il mondo verso una maggiore umanità e sicurezza, prevale un grande senso di euforia. Non faccio questo da solo. Ho più di 200 persone che lavorano con me notte e giorno. Sono sicuro che lei ha incontrato molte di loro. Sono tutti assolutamente devoti alla loro missione. Siamo tutti molto emozionati perché serviamo la comunità globale. Noi non guardiamo.. Lei mi ha chiesto se io guardo da una prospettiva Egiziana o Europea, non lo faccio. Più a lungo si fa questo lavoro e più ci si rende conto che dimenticata la cultura, l’etnia, il linguaggio, il colore, tutti dividiamo la stessa speranza, la stessa aspirazione e vorrei fare il possibile prima di lasciare l’incarico per mettere la famiglia umana in qualche modo sulla strada giusta.
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